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Divock Origi: l’arte di fare un passo indietro

Immagina di essere un ragazzo appena ventenne e il Liverpool, uno dei più grandi club europei, decide di acquistarti. Farai parte dell’attacco Reds e, ad ogni gol, potrai scivolare ad esultare sotto la Kop. Divock Origi deve aver vissuto così il suo passaggio da Lille all’Anfield nel 2015.

Fare un passo indietro

Il belga era considerato come uno dei talenti più promettenti nel suo ruolo e Klopp cerca di “proteggerlo”. Forse troppo. In due anni, anche a causa di qualche infortunio, segna appena 12 gol, giocando con il contagocce. E se inizialmente i suoi colleghi erano i vari Lallana, Benteke e Coutinho, piano piano sul Merseyside cominciano ad arrivare giocatori come Salah e Mané che con il tempo toglieranno sempre di più il suo nome della formazione titolare. E allora che fare? Un passo indietro.

E aspettare il momento giusto

Per giocare di più Divock accetta di andare in prestito al Wolfsburg in Germania. Nella città della Volkswagen ritrova il feeling con il campo, giocando praticamente sempre titolare ma trovandosi costretto a lottare fino all’ultimo per non retrocedere. Nei playout contro l’Holstein Kiel segna una rete e fornisce un’assist. Solo un piccolo assaggio di quello che sarà il suo rapporto con i gol pesanti.

Al ritorno in Inghilterra le intenzioni di Klopp sono chiare: o te ne vai o rimani come ultima scelta in attacco. Da giocatore con le potenzialità per diventare speciale a panchinaro. Anche in questo caso ha saputo fare un passo indietro. Una decisione del genere, in altre occasioni, avrebbe potuto decretare l’inizio del declino di una carriera.

Per diventare leggenda

Non per Divock, che ha saputo aspettare il momento giusto. Quella del 2018/19, infatti, sarà la stagione della sua consacrazione con il Liverpool. Dal gol all’ultimo minuto nel derby contro l’Everton fino al gol in finale di Champions League contro il Tottenham. E la doppietta in semifinale nella remuntada sul Barcellona, senza Salah e Firmino in campo (gli stessi che gli avevano pian piano spento i sogni di esultaresotto la Kop), l’ha fatto diventare una leggenda a tutti gli effetti dopo anni passati dietro le quinte. A volte fare un passo indietro è la scelta migliore che si possa fare. Ora con il Milan un’altro capitolo tutto da scrivere. Magari fin da subito in prima fila.

Andrea Molinari

Nato a Verona nel 1998, il mio primo ricordo vivido legato al calcio è Shevchenko che sbaglia un rigore contro il Bayern Monaco. Grazie a lui (e anche a Kakà) da piccolo mi sono innamorato del pallone. Ma lui non lo sa. Sì, perchè ho giocato anche, purtroppo senza risultati. Nato attaccante, sono finito a fare il terzino: di solito succede a quelli con i piedi quadrati. Oggi provo a dimostrare questo amore scrivendo.

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