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La statua a Etihad, il possesso palla e un sogno: Kompany riporta il Burnley in Premier

Il Burnley torna in Premier League dopo un solo anno di Championship. L’aritmetica è arrivata ieri sera con il 2-1 contro il Middlesbrough: sufficienti ormai i 19 punti di distacco dal Luton terzo. Lo fa grazie a 87 punti in 39 partite, 76 gol segnati (miglior attacco) e 30 subiti (migliore difesa). Ma soprattutto per merito di un allenatore giovane e preparato, capace di assorbire l’insegnamento del suo maestro: quello dei Clarets and Blue è il trionfo di Vincent Kompany, che negli anni al Manchester City ha imparato alla scuola di Guardiola i princìpi di un calcio intenso e propositivo. 

 

 

La svolta in casa Burnley l’ha impressa lui, alla seconda esperienza da allenatore dopo quella a casa sua, all’Anderlecht, dove aveva anche ricoperto l’incarico di player-manager prima del ritiro. La prima stagione da allenatore di Premier sarà un altro passo verso il ritorno in quella che è diventata la seconda casa, Etihad. 

 

 

Il Burnley torna in Premier: il successo di Kompany

Sì, perché Kompany non lo dirà mai, ma il suo obiettivo nel lungo periodo è raccogliere l’eredità di Guardiola al City. Dovrà mettersi in fila, perché gli allenatori che si sono formati alla scuola di Pep e che potrebbero un giorno cogliere il frutto del suo lavoro sono diversi. A partire da quel Mikel Arteta che contende proprio a Guardiola questa Premier. Kompany ha ripetuto spesso che il Burnley è “solo” la ventunesima squadra più forte d’Inghilterra, e di se stesso ha detto “sono ancora un allenatore di Championship“. E invece da poche ore non lo è più, perché il suo Burnley ha ottenuto la promozione più veloce della seconda serie inglese da quando ha assunto la nuova denominazione. Una rincorsa iniziata a ottobre, quando dopo un inizio poco brillante i Clarets hanno ottenuto la testa della classifica senza poi mollarla più. Leggi anche – L’originale video di presentazione del nuovo acquisto del mercato di gennaio: il Burnley si ispira a Shrek

 

 

Il Burnley ha sconfitto concorrenti che sembravano più pronte e attrezzate, dal Norwich al Watford, fino al soprendente QPR di inizio anno. Lo ha fatto grazie a marcature a tutto campo, possesso palla (64 per cento contro il 39 dello scorso anno in Premier), terzini che diventano ali quando serve. Kompany ha saputo lavorare col materiale umano a disposizione, da Brownhill, tra i migliori della stagione, a Nathan Tella, centrocampista offensivo classe 1999, scuola Arsenal e in prestito dal Southampton autore di 17 gol e 4 assist. Il belga è entrato nella testa dei suoi calciatori, come dimostrano i video dei suoi discorsi negli spogliatoi. Ma le sue doti di leader non erano mai state in discussione, visto che a Manchester aveva guidato da capitano una delle squadre più forti del calcio inglese negli ultimi dieci anni. Aveva anche deciso una Premier, con quel gol al Leicester nel 2019 che aveva di fatto portato il titolo a Etihad strappandolo al Liverpool. Leggi anche – Quando Kompany a Manchester fondò una società per i senzatetto

 

 

Alan Pace, presidente americano del club, era innamorato del Barcellona di Guardiola. Scegliendo Kompany ha voluto invertire una tendenza, rovesciare uno stereotipo, quello che vedeva il Burnley come espressione di un calcio inglese tradizionalista, quasi antiquato: palla lunga, calci piazzati, fisico e corsa. Di qui l’esonero di Sean Dyche, criticato da molti, e la scelta di Kompany, che inizialmente era sembrata azzardata, ma ha premiato. Le cronache dal Lancashire raccontano della sua attenzione ai dettagli, della capacità di circondarsi di uno staff fidato e competente, del rapporto franco instaurato coi calciatori: insomma, un uomo nato per fare l’allenatore

 

Kompany è già tornato poche settimane fa a Etihad, dove ha visto per la prima volta la statua che gli è stata dedicata a pochi metri dallo stadio. Il Burnley è stato eliminato in FA Cup dal Manchester City e ha preso 6 gol, tutto perché Vincent ha preferito non rinunciare al proprio credo offensivo ed è stato sorpreso dalle ripartenze dei Citizens dopo un inizio convincente. A fine partita Guardiola e Kompany hanno bevuto un calice di vino. Avranno occasione di rifarlo fra pochi mesi, in Premier League. E poi chissà cosa riserverà il futuro. 

Andrea Monforte

Classe 2000, monzese (d’adozione), studio Lettere a Milano. Un’indomita ed ereditaria passione per lo sport (calcio, ovviamente, ma anche ciclismo), declinata in “narrazione” tecnica e sentimentale: la critica della complessità come antidoto alla semplificazione. La vaghezza del ricordo personale ha reso l’azzurro del cielo di Berlino 2006 un’indelebile traccia mitologica. Sono nato lo stesso giorno di Ryan Giggs e di Manuel Lazzari, ma resto umile.

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