“Non è forte chi non cade, ma chi cadendo ha la forza di rialzarsi“. Ha gli occhi della tigre Salvatore Pinna ed è di parola: la stagione inizia con due grandi prestazioni e un rigore parato, a 42 anni. Poco importa che si tratti di Coppa Italia dilettanti: la Torres è ripartita da lui e lui è “ripartito” per la Torres. Già, questione di cuore per chi vanta più di 10 anni nel professionismo. I colori di una vita, quel simbolo sul petto e il sogno di un “bambino cresciuto” può continuare a realizzarsi: tanto basta. “Per me è come giocare in una squadra di serie A: incarno alla perfezione il ruolo del giocatore-tifoso” – raccontò ai microfoni di GianlucaDiMarzio.com – “Da piccolo dicevo sempre ai miei compagni che un giorno avrei difeso i pali della Torres e così e stato. Mi ero ritirato, mi hanno dato un’altra opportunità e sono tornato bambino: vivo quel sogno tutte le volte che scendo in campo”.
La squadra simbolo della città è nuovamente vittima della sua storia, fatta di salite e cadute inaspettate, sempre affrontate con orgoglio e dignità. Proprio come è successo l’anno scorso, quando Pinna è tornato sui suoi passi per provare l’impresa: dopo l’addio al calcio solo la Torres poteva convincerlo. Il “miracolo” non è riuscito e adesso Tore è pronto a sbucciarsi i gomiti nei campetti dell’Eccellenza sarda pur di riparare al danno. Ma Pinna c‘è abituato… “Non si può certo dire che non mi sia guadagnato la mia opportunità. A 15 anni già giocavo in Prima Categoria, a sedici in Promozione, a diciassette in serie D. Rimasi in interregionale per quattro campionati. Nel frattempo, per continuare a sognare, dovevo anche portare i soldi a casa e quindi decisi di lavorare per il Consorzio Agrario. Dalla mattina prestissimo scaricavamo sacchi da 50 chili, 2.500 circa al giorno. Poi arrivava il premio: andavo ad allenarmi e a giocare”.
Nel suo cuore una piccola percentuale è riservata anche a Salernitana e Pescara: “L’Arechi è indimenticabile per me e con la Salernitana mi sono sentito veramente un giocatore di serie A. Ricordo benissimo il 2008, la finale Salernitana-Pescara, quella per salire in B, quando parai un rigore a Sansovini. Scese giù l’Arechi, quarantamila persone in festa, mi vengono ancora i brividi se ci penso. Pescara è un altro capitolo felice della mia storia e lì, come a Salerno, sono stato amato. Ricordo ancora i trentamila del Bentegodi l’anno precedente, durante la finale Hellas Verona-Pescara, per salire in B: quante partite di serie A possono vantare questi numeri? Ma dopo l’anno di B, purtroppo, nonostante risultai per due stagioni il miglior giocatore dei biancoazzurri, davanti a gente come Marco Verratti, non arrivò la conferma. Potevo chiudere la carriera in serie A, perché dopo arrivò Zeman. Ci rimasi malissimo, ma questo non cancella le emozioni”.
A volte la vita riserva piacevolissime sorprese e per Tore ci sarà la possibilità di chiudere nuovamente la carriera nella squadra del cuore e magari contribuire a riportare i sassaresi al professionismo. La gara contro il Sorso si è conclusa con il saluto della curva al portierone sardo, festeggiato in campo da alcuni tifosi speciali. Il guerriero ha ancora la forza e l’orgoglio per combattere: la Torres è “in buone mani”.
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