Sudamerica: terra di sentimenti, racconti, contraddizioni y… fútbol. Quello romantico, quello vero tra pathos e aneddoti. Quello dove realmente uno su mille ce la fa, ma quando ce la fa parallelamente sviluppa con sé una storia, una leggenda spesso contraddistinta da un’infanzia di stenti e povertà. Ed eccone l’ennesima conferma: quell’Enner Valencia che non solo ce l’ha fatta, ma è diventato anche idolo, trascinatore e simbolo dell’Ecuador calcistico. ‘Superman’ lo chiamano in patria, perché si dice che stacchi talmente alto di testa da raggiungere quasi il cielo. Veloce, velocissimo. Ed un mancino al tritolo sempre pronto ad esplodere. Rápido y mortal: letale sotto porta.
Partito poi da così lontano: le condizioni economiche della famiglia lo portarono ad iniziare a lavorare ancora praticamente bambino per aiutare papà Remberto e mamma Persiré col bestiame. Allevava e mungeva vacche per ottenere il latte da vendere nel cantone di San Lorenzo, nella provincia di Esmeraldas, per poi spendere i (pochi) soldi guadagnati nell’acquisto di scarpe da calcio. Gli si poteva chiedere tutto, ma mai di rinunciare al fútbol. Gestire il bestiame iniziò ad essere una necessità che ben presto si trasformò in un’abitudine ed infine quasi in una passione: gli permise di sviluppare il carattere, quei ‘huevos’ fondamentali per arrivare in alto e restarci. E pensare che recentemente ha rivelato di non saper che fare con le 5 o 6 paia di scarpe che Nike gli manda periodicamente, abituato com’era a dover faticare per acquistarne solamente uno.
Prima l’Emelec ed il Pachuca, poi la definitiva esplosione durante i Mondiali in Brasile del 2014, dove realizzò lui tutti e tre i gol segnati dall’Ecuador nella competizione, giungendo successivamente in Europa con la maglia del West Ham. Si dice che quando giochi la ‘Tri’ casa Valencia si trasformi in una tribuna da stadio: tutti gli amici, i vicini ed i familiari pronti a tifare per la Nazionale nel salotto insieme a mamma Persiré e papà Remberto, incapace di trattenere le lacrime ogni volta che segna Enner. Sarà probabilmente accaduto anche ieri dopo gol rifilato proprio da ‘Superman’ al Perù. Nemmeno zia Brasilia manca mai: “Quello è il mio Enner, quello è il mio Enner”, raccontano che gridi in continuazione ogni volta che il ragazzo tocca palla. Anche Gonzalo Mina, presidente del Club Ricaurte dove il giocatore mosse i primi passi, presenzia sempre all’appuntamento insieme a quella bandiera ecuadoregna issata sul balcone prima di ogni partita, a mo’ di invito ad unirsi ai Valencia per tifare Enner tutti assieme appassionatamente.
Orgoglio in patria per il calcio ma non solo: uno degli obiettivi di Valencia è aiutare i bambini dell’Ecuador senza grosse risorse a diventare come lui calciatori professionisti, appoggiandoli e seguendoli nella crescita per sognare assieme a loro. Perché è così, nel Sudamerica sentimenti e fútbol vanno di pari passo e chi porta con sé la propria storia spesso è il primo a voler far sì che ne vengano scritte sempre di migliori.
Alberto Trovamala
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