Categories: Interviste e Storie

Südtirol, la neuropatia e il ritorno da titolare: la storia di Peeters

“Quando ero in ospedale ho pensato di smettere di giocare”. Tono caldo e affabile. A parlare è Daouda Peeters che, nel giro di due anni, ha rischiato di dire addio al calcio. Tutta colpa di una neuropatia che l’ha costretto a fermarsi. Dallo stop al ritorno in campo con la maglia del Südtirol. 

Peeters e la malattia: “Momento difficile”

Sabato 21 ottobre è stata una giornata speciale per Peeters. Il 24enne di proprietà della Juventus, dopo due anni di stop forzato, è tornato a disputare una partita ufficiale dall’inizio. Quel match contro la Cremonese, vinto 1-0, ha certificato la rinascita del 24enne nato in Guinea.

L’impossibilità di camminare, l’incapacità di controllare la parte bassa del corpo e l’uso della sedia a rotelle: nel novembre 2021, a causa di un’alterazione dei nervi periferici, il belga è stato costretto a lottare contro anomalie sensoriali e difficoltà motorie. Oltre a, chiaramente, l’impossibilità di allenarsi.  

“È stato un momento difficile, sono stato fermo per diverso tempo” ha raccontato ai microfoni di Sky Sport nel dopo gara di Cremonese-Südtirol.

Peeters, i 48 mesi di stop e quella maglia da titolare

78, i minuti giocati. 42, il numero di maglia che porta sulle spalle. Innumerevoli, le emozioni provate prima del match. Peeters era già tornato in campo il 23 settembre: nel corso del match contro la Ternana, finito 1-1, il belga era subentrato al 90′. 

Credits: Ufficio Stampa FCS – Foto Bordoni

Ma, questa volta, è stato diverso. La maglia da titolare, i 7.000 dello Zini e la vittoria finale. Il tutto con una consapevolezza in più: quella di essere tornato davvero, guardando il passato con gli occhi di chi è ora.

Davide Balestra

Nato nel 2000 a San Benedetto del Tronto. Di sangue metà pugliese e metà marchigiano ma con inflessione dialettale praticamente neutra. Figlio della Generazione Z, la stessa che ha partorito calciatori del calibro di Haaland, Vinícius Júnior o Tonali. Al tentativo di replicare le loro giocate sul campo di calcetto ho preferito il portatile o il microfono, quest’ultimo, da un po’ fedele compagno di viaggio. Poca retorica: le emozioni che trasmette un campo di calcio non sono quantificabili. E a me piace raccontarle, che sia attraverso una tastiera o una telecamera puntata in volto. Ansie, timori e paure fanno parte del percorso. Cerco di superarle con umiltà, virtù che, con il tempo, sto rendendo un mio mantra.

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