Categories: Interviste e Storie

Quel maledetto 3 settembre. Un ricordo e un omaggio di Gaetano Scirea

Leggenda o mito. Probabilmente entrambe le cose. E’ Gaetano Scirea,
il capitano bianconero con un cuore ed un animo enorme che il destino crudele ha voluto si spegnesse in quel maledetto 3 Settembre del 1989, 28 anni fa oggi.
Maledetto sia per davvero quel giorno, perché un autentico esempio di
vita si è congedato prematuramente dai suoi affetti e da noi amanti del calcio. Era un calciatore moderno, un
libero senza tempo che sarebbe attualissimo anche oggi. Ma non solo. Scirea
era molto ma molto di più: mai una parola di troppo, mai un fallo
cattivo e nemmeno per una volta cartellino rosso. E scusate se è poco.

Nato nel segno del pallone, Scirea comincia a muovere i primi passi calcistici in una squadra della sua Cinisello Balsamo. Poi si presenta l’occasione con l’Atalanta:
sfruttata appieno. Arriva l’esordio in Serie A con i bergamaschi quando
non è neppure maggiorenne. E nonostante tutto, decide di non mollare lo
Zio e di continuare ad aiutarlo nell’officina di famiglia. Rimane due
anni in nerazzurro, poi arriva la svolta: c’è la Juventus che lo
porta a Torino offrendo all’Atalanta, Mastropasqua, Musiello e Marchetti
più 700 milioni di lire. Un’enormità considerati i tempi. Eppure mai
soldi furono spesi meglio.

Piedi educatissimi, senso tattico e
compostezza senza eguali. Quando si muove palla al piede sembra avere le
ali, e forse le aveva per davvero. Ma sulla schiena. Le sue maniere e i
suoi modi quasi irrazionali, visti i tempi che corrono, ne dipingono
un’immagine di rara signorilità: “La prima volta che stette in ritiro
con me, a Lisbona con l’under 23, dissi che un ragazzo così era un
angelo piovuto dal cielo. Non mi ero sbagliato. Ma lo hanno rivoluto
indietro troppo presto”.
Così Enzo Bearzot descriveva il suo
pupillo. Colui il quale ha preso per mano la sua difesa guidandola sino
all’Olimpo degli dei del calcio durante i mondiali di Spagna. Quei
contorni provvidenziali che anche Giovanni Trapattoni gli vedeva: “Un leader con il saio”.

Tra la Juventus e la Nazionale
vince tutto. Fa parte anche di quella ristrettissima cerchia di
giocatori che hanno trionfato in tutte le competizioni Uefa. E’ il caso
più unico che raro, a dire il vero, in cui la gloria di un campione
sportivo non pareggia l’immensità dei suoi solenni valori umani. Uomo
senza uguali che ci ha lasciato quando avrebbe potuto darci ancora
tantissimo. E, indubbiamente lo avrebbe fatto, considerata la generosità
che lo ha contraddistinto per tutta la carriera.

Muoveva i primi passi da allenatore e con
la solita abnegazione era giunto in Polonia per visionare il Gornik
Zabze, club con cui la Juve avrebbe dovuto giocare un match di Coppa
Uefa. E sulla strada del ritorno la sorte gli riservò quel terribile incidente la
cui dinamica è tutt’ora incerta.
Triste indagare, meglio ricordare. La voce di Sandro Ciotti rotta dall’emozione ne annuncia la morte in diretta, alla Domenica Sportiva: “Scusate, dobbiamo interrompere la selezione delle partite di Serie A per una ragione veramente tremenda. E’ morto Gaetano Scirea, in un incidente avvenuto in Polonia dove si era recato per seguire la squadra che sarà avversaria della sua Juventus in Coppa. Inutile spendere parole su un uomo che si è illustrato da solo su tutti i campi del mondo, che ha conquistato un titolo mondiale con pieno merito e che soprattutto era un campione non soltanto di sport, ma soprattutto di civiltà”.

E la memoria di Scirea non si
cancella. Mai. Quando si allenava e quando giocava era solito dare la
lezione di vita più bella: certi silenzi urlano molto di più di alcune
parole. Ecco perché manca così tanto.

Redazione

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