Inevitabile, per mille motivi. Figlio di una lunga rincorsa, andata anche oltre le aspettative, destinata a lasciare qualche residuo di stanchezza ora, di fronte ad un obiettivo stagionale che, a maggior ragione dopo un girone d’andata ai limiti del negativo, si allontana in maniera praticamente certa e definitiva. Si scrive “un mese senza vincere”, si legge calo: fisiologico e comprensibile, per il Milan, destinato a fare i conti con ciò che di più umano può accadere ad una qualsiasi squadra chiamata a riscattare una falsa partenza, ormai a conti fatti, decisiva per doversi guardare più alle spalle che in avanti.
Dallo 0-0 di San Siro, costato la panchina nel novembre scorso a Vincenzo Montella, all’1-1 di Torino: pari che Gattuso si “tiene stretto”, di fronte a qualche rischio corso nell’arco della partita, ma che lancia l’ennesimo allarme degli ultimi 30 giorni. Parla spesso di coperta corta, Rino, in riferimento al modo in cui i suoi tengono il campo: ma a ben vedere, a livello di rosa, qualche carenza nelle alternative (e non) sembra palesarsi sempre più. A dimostrarlo sono le 46 presenze stagionali dell’onnipresente Kessie, autore di un’ingenuità poi non costata cara, le 44 di Suso, mai così spento come nella gara di stasera, e i soli 14 gol segnati dall’intero reparto d’attacco formato da Kalinić, Cutrone e André Silva: questione di brillantezza comprensibilmente mancante, da un lato, e di ricambi incisivi e dalle caratteristiche simili ai diversi “inamovibili” mancanti dall’altro. Roba da sei gol fatti nell’ultimo mese (tre in una sola gara contro il Chievo) per un problema-gol che resta di tremenda attualità, tra le prime questioni da risolvere in vista della prossima stagione.
Cosa cambia ora? Poco e nulla, a livello di giudizi: che Gattuso abbia rianimato una squadra morta, portandola verso la già citata Rinoscita ed ad un accenno di possibilità di centrare il 4º posto, è totalmente fuori discussione. Al pari di un obiettivo che facile, da raggiungere, non sarebbe mai stato: abbassamento, stavolta si, di un’asticella che alla Champions non può più arrivare, lasciando spazio ad una presa di coscienza inevitabile e ricordandosi “da dove si viene”. Guardarsi alle spalle, tornando a vincere da sabato, per non rischiare di instradare in maniera eccessivamente negativa un girone di ritorno (sinora) dai tanti sorrisi: puntando poi a correggere, con uno sguardo verso il futuro, ogni carenza evidenziata nell’andata corrente. Costata, nonostante una grande reazione, un quarto posto divenuto ormai sostanzialmente utopico.
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