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Quando il Napoli di Maradona prese Ciccio Romano al mercato di riparazione per vincere il primo scudetto. “Venivo dalla B, ma ero il giocatore perfetto per quel gruppo”

Il giocatore più forte del pianeta reduce da un mondiale vinto da solo. Una banda complice e ambiziosa, guidata da un allenatore innovativo ed esigente. Eppure né le magie di Maradona, né le alchimie di Ottavio Bianchi bastavano per vincere. Se chiedete a un napoletano cosa trasformò la stagione 1986/87 in una cavalcata trionfale, riceverete una sola risposta: l’arrivo a campionato in corso di Francesco Romano, detto Ciccio, dalla Triestina. “Giocavo in serie B e all’improvviso mi ritrovai in una squadra che puntava al titolo”, racconta l’ex numero 11 di quel Napoli al microfono di GianlucadiMarzio.com. “Successe tutto in fretta, a metà ottobre, nella breve e unica finestra di mercato consentita all’epoca. Il Napoli era rimasto senza regista per la partenza di Pecci. Mancava un riferimento centrale. Uno che giocasse dieci metri dietro a Maradona, in mezzo fra Bagni e De Napoli”.

Un pareggio casalingo contro l’Atalanta fece suonare il campanello d’allarme. Il direttore sportivo Pierpaolo Marino scartò le suggestive ma onerose ipotesi Barbas e Junior, imbastì una trattativa rapida con i giuliani, convincendo il presidente Ferlaino a scommettere su un ragazzo di 26 anni, nato a Saviano in provincia di Napoli e finito alla periferia del calcio. “Avevo fatto buone stagioni nel Milan e un Mundialito eccellente, ma scelsi di scendere in B con la Triestina. Era il mio carattere: per me non contava la categoria, ma la mia utilità alla squadra”.

In quel Napoli serviva uno che desse geometrie ed equilibrio fra i reparti. E fin dal suo esordio fu chiaro che quell’uomo era proprio lui. “Debuttai contro la Roma in trasferta. Subito titolare. Ero arrivato da 5 giorni. Ricordo che Bianchi, qualche ora prima della gara, mi prese da parte. Mi chiese se ero pronto e mi disse solo di fare ciò che sapevo”.

E lui lo fece, integrandosi come se ci fosse sempre stato. Come se quello fosse il suo posto nel mondo. E non uscì più.

“Non ero il più bravo, ma il più funzionale a quel gruppo. Due settimane dopo vincemmo a Torino contro la Juventus. Avevamo trovato i giusti equilibri: un blocco compatto portava la palla avanti e poi negli ultimi 30 metri ci pensavano i solisti”.

Giordano, Carnevale ma soprattutto Maradona. Il primo sponsor di Romano. “Con Diego fu un’intesa immediata. Puntò su di me dal primo allenamento. Bastava guardarlo per caricarsi. L’abbraccio che ti dava prima di entrare o il suo modo di scaldarsi, era unico. Ti faceva credere che niente fosse impossibile”. Diego chiamava Francesco “Tota”, come appellava sua madre e un suo amico d’infanzia. Il segno di una fiducia incondizionata. “Non si lamentava mai con nessuno, né per un fallo, né per un cattivo passaggio. Era il primo a inseguire gli avversari in partita e l’ultimo a uscire dal campo in allenamento. Altroché lavativo, faceva un lavoro diverso, mica aveva bisogno di fare le ripetute…”.


E un’intera città sorride ancora e magari versa qualche lacrimuccia a ripensare a quel 10 maggio 1987: il giorno del primo scudetto. “Ricordo che Bruscolotti venne a svegliarci alle 6 e mezzo di mattina nel ritiro di Soccavo. Era al Napoli da 17 anni e non si capacitava come qualcuno riuscisse a dormire. In effetti era impossibile farlo. Sulla strada verso il San Paolo, la gente ci lanciava i confetti, come fosse un matrimonio”. Il pareggio contro la Fiorentina sancì il trionfo matematico. “Dal 20’ del secondo tempo ci abbracciavamo in campo. Al fischio finale c’era più gente in campo che sugli spalti. Io pensavo a mio padre. Quando ero bambino, ascoltavo sulla sua Topolino le canzoni che parlavano di Altafini e Canè. Avergli regalato quella gioia fu la mia vera felicità”.

Quella stagione riservò anche la vittoria della Coppa Italia, in finale contro l’Atalanta. E allora viene immediato fare il paragone con i ragazzi di Sarri che trent’anni dopo provano a togliere la polvere dalla bacheca. “Due collettivi veri, simili nella consapevolezza e nell’assetto del centrocampo. Noi facevamo la zona mista, Sarri la zona totale. Noi eravamo 15/16 giocatori, loro sono di più. Questa squadra non deve pescare niente di decisivo sul mercato, al massimo qualche alternativa per cautelarsi”.

Francesco Romano oggi fa il procuratore. Benassi e Missiroli i suoi gioielli, ma anche Ferrari, Silvestri, Cordaz e Costa. Sul mercato di gennaio ha le idee chiare. “A questo punto le squadre hanno equilibri consolidati. Al massimo si ripara qualche danno. Io spero sempre che non mi chiami nessuno, perché altrimenti vuol dire che ho sbagliato qualcosa in estate”.

Oggi la “Tota” ha 57 anni e vive a Reggio Emilia, la città in cui si era trasferito già da bambino. A Saviano, sua città natale, ancora ricordano quando giocava nella masseria degli zii e quando tornò da eroe nel 1987. Per un po’ la piazza principale del paese si chiamò “Francesco Romano”. A Frattamaggiore, città di Lorenzo Insigne, qualcuno non vede l’ora di arrivare a maggio per cambiare la toponomastica.

Claudio Giambene

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