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Pedro Benito, un calciatore “tiktoker” (con due lauree) per il Cadice

Esordire a 21 anni nella squadra per cui hai sempre tifato. Un sogno da non credere, a meno che tu ci abbia sempre creduto. Un palcoscenico senza eguali, a meno che il tuo profilo TikTok non raggiunga una platea di più di 1 milione di follower. Insomma: a meno che tu non sia … Pedro Benito, attaccante classe 2000 del Cadice e celebrità del web. 

La prima in Liga

Mors tua, vita mea: questo deve aver pensato Pedro quando la sanzione disciplinare che ha messo fuori causa alcuni suoi compagni di squadra, rei di aver preso parte a un party notturno dopo la sconfitta contro il Rayo Vallecano, gli ha garantito la convocazione per la sfida casalinga al Valencia di sabato scorso. E quando, al minuto 60 si è alzato dalla panchina, nel suo stadio, per sostituire il suo idolo Alvaro Negredo.

Giramondo

Figlio d’arte (il padre Alberto è stato canterano del Real Madrid prima di diventare dirigente), Pedro ha alle spalle una (breve) carriera piuttosto bizzarra: Swansea, Anorthosis Famagosta, Oklahoma City. Una specie di giro del mondo. Durante l’esperienza statunitense, Pedro ha anche avuto modo di laurearsi in Marketing, grazie alle agevolazioni predisposte dall’università americana per gli studenti impegnati in attività sportiva d’alto livello. 

I social

Ma se cercate il suo nome sul web, scoprirete immediatamente l’altro, sorprendente modo in cui Pedro riempie le sue giornate fuori dal campo: la sua attività sui social è paragonabile a quella di un vero e proprio influencer, con i milioni e milioni di seguaci fra YouTube, Twitter, Twitch e soprattutto TikTok. “Il mio segreto? La spontaneità“, dice. In attesa della seconda laurea – in Scienze motorie -, Pedro Benito si gode l’esordio in Liga. “La mia priorità è sempre stata il calcio“; ma qualora la carriera sportiva non dovesse decollare, non gli mancherebbero le alternative, c’è da starne certi. 

a cura di Andrea Monforte

Andrea Monforte

Classe 2000, monzese (d’adozione), studio Lettere a Milano. Un’indomita ed ereditaria passione per lo sport (calcio, ovviamente, ma anche ciclismo), declinata in “narrazione” tecnica e sentimentale: la critica della complessità come antidoto alla semplificazione. La vaghezza del ricordo personale ha reso l’azzurro del cielo di Berlino 2006 un’indelebile traccia mitologica. Sono nato lo stesso giorno di Ryan Giggs e di Manuel Lazzari, ma resto umile.

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