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Notte prima della Champions. Si scrive Milano, si legge Madrid: atmosfera e sogni di una città divisa in due

Hola Milano. In principio furono i tram del centro ricoperti delle locandine della finale, poi con l’avvicinarsi del giorno della partita, è cominciata la metamorfosi. Si scrive Milano si legge Madrid. L’altoparlante della metro parla castigliano, per una volta sono i milanesi a chiedersi distrattamente cosa voglia dire. Loro, gli spagnoli, poco importa se tengono per l’Atleti o per il Madrid, si sentono a casa.

Fermata. Stop. Duomo. Apertura porte a destra: tutti la vogliono, tutti desiderano farsi immortalare accanto a lei, lei è l’attrazione della piazza. La cattedrale per un giorno si sentirà scalzata dal primato di sfondo più gettonato per le foto ricordo. La orejona, la coppa, oggi l’ha battuta. Nemmeno la musica da discoteca suonata su un palco riesce a snellire la fila. Qualcuno balla, molti bevono cerveza, ad altri si legge chiaramente in viso la tensione: sono immobili e hanno lo sguardo un po’ perso nel vuoto. Non di certo gli ultras dell’Atletico, che improvvisano una succursale della curva sotto la Madonnina e cantano, senza molti giri di parole: Te quiero Atletico. Oppure inneggiano a Torres o a Simeone. Già, il Cholo: c’è chi ne porta il nome sulla maglia, chi invece “lo indossa”, t-shirt con la sua faccia e la frase: Nunca dejes de creer. Non smettere mai di crederci. Come Miguél: “Ero a Lisbona e oggi sono qui. Domani sarà revancha.” Rivincita. O vendetta, se volete. Non la pensa così Jesùs, settantenne con immancabile maglia da gioco: “Dobbiamo vincere per noi stessi, non dobbiamo cercare rivincite”. È proprio vero che saggi si diventa.

Più difficile trovare gruppi compatti di tifosi del Real. Molti però sono padri e figli: maglia di Raul, indimenticabile, per i più grandi; CR7, neanche a dirlo, per i più piccoli. L’undecima è lì, a un passo. Eppure sembrava così lontana fino al 93′ di due anni fa. “Spero in una finale più tranquilla” dice Alfonso e guarda subito suo figlio Andrès, sorridendo. Una coppia insegue un taxi fin quasi il centro della strada, ma il taxi non si ferma: non basta l’empatia cromatica tra le maglie del Real e il colore dell’auto. Ci sono anche due amici: entrambi maglia di Ronaldo, uno in piedi, l’altro in carrozzina. L’amore per il calcio non conosce nessun limite. Juan invece è arrivato oggi, ma non ha il biglietto: andrà nel punto di ritrovo dei blancos, zona Pagano: lì sarà allestita una replica della fontana de Cibeles, così come in zona Centrale ce ne sarà una della fontana di Nettuno, ritrovo per i Colchoneros.

Domani sarà festa o tristezza, estasi o lacrime. Stasera però c’è spazio per sognare, tutto è possibile. Anche trovare una coppia divisa a metà: maglietta di Ronaldo lei, sciarpa al collo dell’Atletico lui. Allegoria di una città dalle due anime e dai due volti, ma unita allo stesso tempo, una capitale del calcio traslata al di qua delle Alpi: ilusiòn. La traduzione è sogno, foneticamente il rimando è all’illusione: quella di trovarsi in Spagna, alla vigilia di un derbi che vale la Coppa più ambita. Si scrive Milano, si legge, anzi si vive… Buenas noches Madrid.

Marco Bonomo

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