Consapevolezze

Consapevolezze – Moras: “Mio fratello”

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Dimitris non ce l’ha fatta, se n’è andato”. Buio. Tutto si è spento. Mi è crollato il mondo addosso.

Mi aveva detto di stare tranquillo e andare in ritiro con la mia squadra. Mi aveva detto che mi avrebbe chiamato quando sarebbe stato tutto pronto per il secondo trapianto. Mi aveva detto che sarebbe andata bene. Invece non c’è più.

Ma l’ha fatto apposta. Lo conosco. Era consapevole del fatto che stava per morire, non voleva che lo vedessi per non farmi star male. Ha provato a tutelarmi e a tutelarci, a mascherare il suo dolore e il suo malessere. L’ha fatto fino all’ultimo secondo. L’ha fatto ogni giorno in cui ha convissuto con la leucemia. Sempre forte, sempre positivo.

Appena è terminata la chiamata, ho parlato con l’allenatore. Ho preso il primo taxi per l’aeroporto e poi un volo per la Grecia. Quel viaggio è il ricordo più brutto e duro che ho di quel momento. Sembrava non finire mai. La mia testa era altrove. Mio fratello non c’era più. E mi pesava. Mi pesava non esserci stato in quegli ultimi giorni. Continuavo a pensarci. Avrei voluto abbracciarlo un’ultima volta.

Dimitris è con me tutti i giorni, in ogni cosa che faccio. È parte di me, è in me. Mi ha dato la forza per andare avanti, è la persona a cui penso quando devo affrontare una difficoltà. Vivo per lui. Mio fratello.

Dimistris

Questa è la storia mia e di mio fratello, della sua malattia, della sua forza. Tutto è iniziato in Grecia. Siamo cresciuti insieme. Inseparabili. Avevamo un anno di differenza, ma eravamo come gemelli. Eravamo uguali, cambiava solo il colore dei capelli: uno biondo, l’altro moro. Ci siamo separati quando ho compiuto vent’anni, ho lasciato casa per il pallone. Lui aveva già un problema al sangue. Sapevamo che la leucemia si sarebbe potuta presentare, ma non immaginavamo così presto. Era la primavera del 2014, mancava poco al Mondiale. Dimitris era appena arrivato in Australia. Un viaggio lungo sconsigliato per le sue condizioni fisiche. Ma era testardo. Passano due giorni e mi è arrivata la telefonata di papà: “Dimitris non si sentiva bene ed è andato in ospedale. Ha una forma acuta di leucemia, dovrà operarsi per il trapianto”.

Lui, come sempre, si mostrava tranquillo. Io ho pensato subito a cosa poter fare. Non c’era tempo per stare male. Dovevo aiutarlo. Sono andato in un centro a Bologna per degli esami. Volevo sapere se fossi compatibile come donatore. Ma dentro di me ne ero sicuro, lo sentivo. E così è stato. Il dottore ci aveva comunicato che non c’era fretta. Avrei potuto fare prima il Mondiale e poi raggiungere mio fratello in Australia per il trapianto. E così ho fatto. Quando sono arrivato da lui, la difficoltà più grande è stato vederlo. Vedere l’effetto sul suo corpo della malattia e delle chemio. La sua sofferenza era lì, davanti a me. Mi ha segnato tanto. Ho compreso cosa vive chi affronta una malattia. I pensieri che gli passano per la testa, l’idea di poter morire e dire addio a tutto all’improvviso, il dolore fisico, il cambiamento. Poi è arrivato il giorno dell’intervento. Fare quel trapianto è stato il gesto più bello della mia vita. Vedere la felicità sul volto di mio fratello, la serenità e la gioia che doni a un paziente a cui puoi salvare la vita è ciò che di più grande e prezioso puoi fare nella tua esistenza.

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Con me

Dopo il trapianto le sue condizioni sono migliorate. La situazione sembrava essere tranquilla. Ha fatto diversi controlli. Il più importante è stato quello fatto dopo otto mesi. Una visita per delineare con maggior certezza e sicurezza lo stato della malattia e capire la possibilità di un suo ritorno in Grecia. Non dimenticherò mai quel giorno. “Gli esami non erano andati bene”. La leucemia non era passata. Lui comunque provava a minimizzare e aveva deciso di tornare comunque. “Se devo morire, lo farò a casa”. Dentro di lui già lo sapeva. A noi, invece, aveva fatto credere che ci fosse la possibilità di un secondo trapianto. Voleva proteggerci, fino alla fine.

Era ricoverato. Era molto in difficoltà, ma ti faceva credere che le cose si sarebbe sistemate. “Vai in preparazione con la squadra, ti chiamo io quando sarà ora”. E io l’ho ascoltato. Un giorno dopo il mio arrivo in Italia, è arrivata quella chiamata. Quando sono tornato in Grecia non ho pianto. Ho indossato una corazza. Non potevo essere debole, dovevo essere forte per i miei genitori e i miei parenti. Avrò sempre in testa l’immagine di lui nella bara. Un momento che mi ha fatto comprendere come noi non siamo niente. Siamo di passaggio. E a quel passaggio dobbiamo dare un senso.

Il senso della vita

La vita è un film che scorre veloce. A volte neanche ce ne accorgiamo. Passano i momenti, passano le persone, passiamo noi. Passiamo senza rendercene conto. Senza renderci conto, a volte, di ciò che davvero è importante. L’ho capito. La vita me l’ha fatto capire la vita. Con la malattia di Dimistris. Con l’incidente in cui ho rischiato di perdere la vita a Budapest. È questione di un attimo. Viviamo in un mondo che corre, corre continuamente. E, spesso, rischiamo il rischio di correre con lui, dimenticandoci di ciò che dà senso alla vita. Gli affetti, la famiglia, le persone che amiamo, aiutare gli altri.

La fondazione “Save Moras” serve a questo. A non dimenticare. A non dimenticare mio fratello, il suo essere, i suoi valori. A non dimenticare la bellezza e l’importanza nel donare, nell’aiutare gli altri a salvarsi. Perché salvando ci si salva. Non c’è senso più grande nella nostra vita. Aiutate, dite alle persone l’amore che provate per loro, siate con e per gli altri. È bello sapere che non siamo soli al mondo. Io lo so, me l’ha insegnato Dimitris.

Nicolò Franceschin

Nato nel 1997 tra Milano, Como e Lecco. Laureato in Giurisprudenza, ma ai codici ho preferito una penna. Cresciuto con Maradona (il calcio), ma anche Ronaldinho e Sneijder. Il fascino del numero 10. Credo nella forza delle parole. Verità e narrazione. In giro in macchina per stadi, campi e strade alla ricerca di nuovi colori da scrivere, perché ognuno ha una sua sfumatura. Le note del telefono che si riempiono di storie, alcune il cui finale è ancora tutto da scrivere. Una di queste è la mia. Raccontare emozioni e dare voce a chi non ce l’ha.

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