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Milan, Bonaventura: “Mi piace faticare: sarò masochista, ma amo lavorare duro”

Jack Bonaventura e il calcio, passione nata da piccolissimo. A cinque anni aveva già il pallone tra i piedi e impressionava gli addetti ai lavori marchigiani. Antonio Bongiorni scopre il suo talento nel Tolentino e lo porta nell’affiliata dell‘Atalanta, il Margine Coperta. I bergamaschi gli danno la grande opportunità: “Mi chiamano Jack fin dai tempi di Bergamo” – si legge nelle pagine de La Gazzetta dello Sport – “Ormai in molti non sanno nemmeno il mio vero nome. Colantuono mi rimproverava fino alle lacrime, mi teneva fuori per vedere come reagivo. Più davo tutto e più tornavo a casa stremato. Mi ha insegnato come si difende, la giocata ce l’hai mentre la capacità difensiva si deve allenare. A Bergamo mettevano la capacità di soffrire nelle tabelle con la stessa importante di quella aerobica. Francesco Rocca ci spiegava la sofferenza nel calcio svegliandoci alle 6 e facendoci mangiare pochissimo. Rispetto ad allora il calcio oggi per me è molto più leggero”.

Non solo tecnica. “Jack” ha imparato da subito che per fare il calciatore serviva anche un grande spirito di sacrificio: “Fare il calciatore è qualcosa di straordinario, ma per arrivare dove sono ho fatto molti sacrifici. Io sono sempre stato attratto dalla fatica, sarò masochista ma mi piace lavorare duro. Sarei stato perfetto per la vita da cantiere. A Tolentino il mister non mi faceva giocare, allora mi sono rifugiato nella musica e nella chitarra. Al Pergocrema ebbi la pubalgia, non sapevo come curarmi, provavo sempre dolore in campo. Dissi al mio amico Saverio di voler smettere, per fortuna è andata meglio”.

Lui doveva andare all’Inter, poi ci fu un ripensamento e il Milan non si fece scappare l’affare. Adesso è un pilastro dei rossoneri che domani affronteranno l’Atalanta: “Le scelte che facciamo determinano il nostro destino. Io a 15 anni ho scelto di andare via di casa per giocare e sapevo di dover dare il massimo. Sono arrivato al Milan a 25 anni, troppo tardi forse, ma era destino. Me lo sono chiesto tante volte, mi sono risposto che poteva succedere prima, ma poi magari sono sarei stato pronto a livello di esperienza e furbizia. Se fai un errore alMilan c’è qualcuno che ci mette una pezza, se lo fai all’Atalanta prendi gol: almeno sono arrivato qui molto allenato. Quando mi dissero dell’ipotesi di giocare in rossonero mi misi a ridere, non ci credevo. In quella giornata di settembre ho pianto, è vero, ma più per lo stress che per altro. Marino voleva che restassi un altro anno all’Atalanta, ma chiamò Galliani e fu un’occasione da non perdere”.

Redazione

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