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A volte ci vuole coraggio. Bisogna ammettere i propri errori, ripartire dal basso. Da nulla, anzi. Anche se ti chiamavano “Il Messi del Paraguay”. Anche se il tuo futuro sembrava pieno di successo. Ma non per forza le belle storie devono avere una trama facile: perché Miguel Medina non sembra proprio infelice. Anzi.
Cominciamo dal passato, però. Nove anni fa, l’area scouting dell’Udinese (non proprio l’ultima arrivata per quello che riguarda la ricerca di talenti all’estero), lo aveva adocchiato. Lui, classe ‘93, aveva appena diciotto anni ed era considerato tra i talenti più importanti di tutto il Paraguay. Operazione congiunta con il Napoli (qui i dettagli), che negli anni successivi si rimbalzerà il cartellino proprio con i friulani (una comproprietà di un biennio, fino al 2013). Ha spazio in Primavera, non in prima squadra.
Poi, arriva l’occasione di mettersi in mostra: un anno a Perugia, in prestito. Campionato 2013/2014. Presenze: zero. Non si è nemmeno presentato: dopo un mese di latitanza, i documenti sono stati annullati e lui ha deciso di tornare in Paraquay. Ma come è possibile? “Ho avuto tanta sfortuna”, dice lui, che ora sta vivendo una nuova vita, in Italia. Gioca nell’Atletico Torino, una squadra del campionato d’Eccellenza che sta portando avanti un progetto ambiziosissimo di integrazione: lavorare solo con giocatori stranieri, o quasi. Li allena Elia Fanelli, tra gli allenatori più giovani della categoria. I risultati sono buoni e a Miguel è tornato il sorriso.
È arrivato a novembre, sovrappeso. “Purtroppo una mia costante: dopo Perugia avevo chiesto al mio agente di tornare a farmi giocare con regolarità. Mi fece firmare di nuovo in Paraguay”. Lo aspettava il General Diaz, allenato da chi lo aveva visto crescere: Humberto Garcìa. “Mi aveva detto di restare lì sei mesi, per rilanciarmi”, si racconta in esclusiva per Gianlucadimarzio.com. “Ma ho preso peso, non riuscivo a dare quello che potevo. Così ho rescisso, sono passato in Serie B, poi C. Mi ero anche stufato, avevo completamente perso la voglia di giocare”.
Non è facile, soprattutto se si pensa a tutta l’aspettativa che si era creata intorno a lui. “Mi è dispiaciuto, è stata anche colpa mia”. Ma non solo. “Non parlo di cattivi consigli, non è quello: parlo proprio di sfortuna. Quando ero a Udine, ho avuto per un anno e mezzo dei problemi con il ginocchio. Mi sono fermato, ho ripreso, ma poi di nuovo altri stop. È stato tutto diverso da quel momento in poi”.
Fino alla chiamata che non si aspettava più. “Ti piacerebbe tornare in Italia?”. “Eccomi qui” sorride. Sguardo basso, umile più che vergognoso. In due mesi è tornato in forma e sta aiutando Fanelli a gestire un gruppo di cui soltanto quattro elementi parlano italiano. Medina incluso. È arrivato a Torino per aiutare il gruppo a salvarsi, a crescere: un progetto di integrazione dentro e fuori dal campo dal sapore di un rilancio anche personale, per un giocatore che di anni ne ha solo 27. Alla fine, “Quello che conta è giocare a divertirmi”, racconta. L’Atletico Torino del presidente Palmiere gli ha aperto le porte. C’è bisogno di tutti, per salvare una piccola squadra di periferia che sta vivendo, con tutte le sue componenti, il sogno di un rilancio. In tutti i sensi possibili.
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