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Boca-River: Pratto, l'”infedele” che tiene aperto il Superclásico

È la finale che scrive la storia della rivalità più sentita del calcio e tra i protagonisti non possono esserci personaggi banali. Il volto della finale de La Bombonera è un “infedele”, uno che ha vestito entrambe le maglie e che non si è vergognato di esultare davanti ai propri ex tifosi. Lucas Pratto, un gol in 14 partite in Italia con il Genoa, un gol e mezzo nella finale d’andata del Superclásico di Libertadores, il primo di sempre a giocarsi in finale.

El Oso lo chiamano in Argentina, “l’Orso” per via della sua stazza, diverso dal “Cammello”, per via della gobba, che era il soprannome che aveva ricevuto in Italia. Non cambia però il concetto: Pratto è un animale del gol. Ha messo lo zampino su entrambe le reti del 2-2 de La Bombonera, un risultato che fa più felici i tifosi del River, visto che tra due settimane si giocheranno gli ultimi 90’ al Monumental e il Boca ha già sprecato il vantaggio del fattore campo. Prima la rete dell’1-1, arrivata solamente 10 secondi dopo il vantaggio di Ábila, l’altro centravanti in campo. Poi, a inizio ripresa, ha disturbato Izquierdoz su una palla alta, portandolo alla deviazione decisiva per il secondo pareggio dei Millonarios.

E ha esultato, tanto, come se l’altra maglia non l’avesse mai vestita. E invece è stato uno dei trasferimenti più discussi il suo, visto che pur non avendo un passato particolarmente memorabile in azul y oro, ha spesso vestito la maglia numero 12 negli altri club in cui ha giocato per onorare la Doce, la curva del Boca. E infatti, al momento del suo passaggio al River, cambiò il suo nome sui social passando da @PrattoLucas12 a @PrattoLucas_ e basta.

Al Boca Juniors ci era finito grazie al suggerimento di Gabriel Palermo, il fratello del Loco Martín, il massimo goleador della storia del Boca. Merito delle origini comuni di La Plata, la città dell’Estudiantes, club in cui ha cominciato El Titán e dove fallì il provino Lucas Pratto.

Non furono facili i suoi inizi di carriera, visto che la situazione economica della famiglia era molto precaria e che il padre se ne andò di casa peggiorando le cose. Ma aveva il calcio nel proprio destino e per allenarsi si faceva più di un’ora in bicicletta per arrivare al campo di allenamento del Cambaceres, la squadra con cui ha cominciato. Non aveva i soldi per comprare le scarpe da calcio e per potersele permettere andava a lavorare nel calzaturificio di quartiere per costruirsele da sé. “Costavano poco: 25 pesos bianche, 30 colorate, io le volevo bianche con il baffo rosso”. Un richiamo ai colori che avrebbe poi vestito in futuro e che per ora lo fanno entrare nella storia del Superclásico.

Boca Juniors e River Plate, sempre assieme nella sua vita, al punto che parte degli 11 milioni pagati dal River all’Atlético Mineiro furono pagati proprio al Boca Juniors per una clausola sulla valorizzazione dei giocatori inserita nel precedente contratto. È il trasferimento più caro della storia dei Millonarios e per ora ne è valsa veramente la pena: perché se il Superclásico, la Final del Mundo come viene chiamata in questi giorni, è ancora aperto, il merito è soprattutto il suo.

Simone Gamberini

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