“E lei, lo sa perché ci chiamiamo Qarabag?”. L’ultima domanda in sala stampa a Baku a Paulo Sousa, alla vigilia della sfida contro gli azeri, è quantomeno particolare. Una conferenza in cui di calcio si parla poco, perché alla Fiorentina basta soltanto un punto per arrivare prima nel girone e perché all’andata, al Franchi, finì 5-1 per i viola. Tutto facile. E allora l’ultima domanda è quella che spiazza il portoghese: “No”. Sincero, Sousa. Che evidentemente non era andato in trasferta con l’Inter quando ai tifosi nerazzurri fu consegnato un opuscolo per spiegare l’origine del nome della squadra che stavano per affrontare. “Posso spiegarglielo?”, l’interprete traduce al portoghese che guarda il suo ufficio stampa. “La ringrazio, se abbiamo tempo…”. Acconsentono tutti. E allora il giornalista azero spiega: “Il Qarabag è la squadra di una città che adesso è sotto l’invasione dei nostri nemici. Anche l’allenatore è stato martire della guerra, ci chiamiamo come un territorio che adesso non ci appartiene”. E infatti il Qarabag non gioca a casa, ma a Baku. Capitale dell’Azerbaijan e luogo della sfida ai viola di domani sera. Perché Akna, la città che la squadra rappresenta, è stata occupata e distrutta dalle truppe armene nel ’93. Gli abitanti costretti a migrare a Baku, la squadra anche. Oggi una città deserta, fantasma. Inabitata. Chissà se Sousa tornerà dall’Azerbaijan con i tre punti, sicuramente una lezione l’ha già avuta. “E lei, lo sa perché ci chiamiamo Qarabag?”. Adesso sì.
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