Categories: Interviste e Storie

Il suicidio del papà e un passato difficile: chi è Le Fée, il centrocampista che piace alla Roma

“Sarai tu l’uomo di casa”. Provate solo a immaginare il dolore. La pressione. E perché no un pizzico di ansia. Giochi a calcio, una delle poche attività che ti tiene lontano dalla realtà che ti circonda.
Ma durante gli allenamenti. Durante le partite, quando volgi lo sguardo tra gli spalti non trovi il volto di tuo papà. Ah, già… “Sei tu l’uomo di casa!”. La storia di Enzo Le Fée – centrocampista del Rennes che piace alla Roma di Daniele De Rossi – ha dell’incredibile, (quasi) unica nel suo genere. E non è banale retorica.

Roma, la storia di Le Fée

Enzo nasce a Lorient, in Francia, nel 2000 da papà Jeremy e mamma Katia. Ecco, ‘mamma e papà’. Probabilmente le prime due parole che ogni bambino pronuncia dopo i primi mesi di vita. Ma allora… Perché tutti parlano di questo ‘passato difficile’? Ve lo diciamo noi.

 

Jeremy Lampriere finisce in carcere per violenza domestica e nel 2021 si toglie la vita. Quindi Katia Le Fée (dalla quale riprende il cognome) che “faceva del suo meglio per rendermi felice” racconta Enzo a ‘SoFoot’. Una corazza all’esterno. Ma che racchiude un animo puro. Sincero. Che ha visto troppe sofferenze. “A volte, la sera nella mia stanza, pensavo e piangevo. Prima di diventare di nuovo quella persona forte il giorno dopo. Non era un ruolo, penso di essere nato così.”

Non è facile. Non lo è stato e non lo sarà mai. Per uno come Le Fée, cresciuto forse troppo in fretta. Sull’avambraccio destro ha tatuate le iniziali di mamma e papà su una carta da gioco.
Paredes e De Rossi nella città dei gladiatori. Il giocatore piace alla Roma. Il ragazzino partito da Lorient pronto a prendersi l’Europa. Per sé e per la sua famiglia. D’altronde, ‘Sei tu l’uomo di casa!’
Davide Balestra

Nato nel 2000 a San Benedetto del Tronto. Di sangue metà pugliese e metà marchigiano ma con inflessione dialettale praticamente neutra. Figlio della Generazione Z, la stessa che ha partorito calciatori del calibro di Haaland, Vinícius Júnior o Tonali. Al tentativo di replicare le loro giocate sul campo di calcetto ho preferito il portatile o il microfono, quest’ultimo, da un po’ fedele compagno di viaggio. Poca retorica: le emozioni che trasmette un campo di calcio non sono quantificabili. E a me piace raccontarle, che sia attraverso una tastiera o una telecamera puntata in volto. Ansie, timori e paure fanno parte del percorso. Cerco di superarle con umiltà, virtù che, con il tempo, sto rendendo un mio mantra.

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