Interviste e Storie

Nicolas Jover, l’uomo che ha battuto (anche) l’Inter nella notte di San Siro

Nicolas Jover, Arsenal (imago)

Non solo Gabriel Jesus, c’è un altro protagonista: l’allenatore dei calci piazzati di Arteta.

Set-piece again!“, ancora un calcio piazzato. Se vi capitasse di assistere a qualche partita dell’Arsenal rimarreste sorpresi dai loro tifosi. No, non solo per una questione di passione e atmosfera, ma per loro cori. Anzi, meglio, per un loro coro. E non è dedicato a nessun loro giocatore e neanche alla loro guida Arteta.

Il coro è quello citato poco fa, “Set-piece again!”. Perché sì, tra i tifosi dell’Emirates Stadium ormai è più forte la speranza di conquistare un calcio d’angolo o di punizione piuttosto che un rigore. Vi sembra folle? Può essere, ma prima leggete la storia di Nicolas Jover.

Chi è? L’allenatore delle palle inattive dell’Arsenal di Mikel Arteta e ha una storia incredibile. Il suo arrivo a Londra è solo l’ultimo e più alto punto di un viaggio che parte dalla Francia, passa dal Canada e arriva in due città d’Inghilterra.

Quella dell’assistente dei Gunners è una storia in cui l’ossessione si fonde con il coraggio di inseguire una passione. Il calcio ha sempre amato guardarlo, anzi, osservarlo e analizzarlo, oltre che giocarlo. Ha lasciato un contratto indeterminato e la casa in Francia per una prova di sei mesi al Brentford. Per anni è stato nello staff di Pep Guardiola, per poi essere (ri)portato a Londra ed entrare nella storia della Premier League dalla porta principale. Ah, e ha anche un murales a lui dedicato. Può bastare?

Giramondo e osservatore

Inseguire una passione, dicevamo. Una coordinata che guida il poco più che ventenne Nicolas a lasciare la sua Francia e volare in Canada per conseguire una laurea in sport presso l’ Università di Sherbooke, gemellata con quella di Montpellier. Studia e applica, lavorando nel club amatoriale locale. Ma l’ambizione è alta e porta dritta all’Europa. Il ruolo di analista, però, non è ancora così diffuso. La sua strada verso il professionismo non è lineare, bensì costellata di curve. Torna in Francia e riparte dall’FC Sète. Cattura l’attenzione del Montpellier: inizia l’ascesa che lo porterà ai Gunners.

Una breve parentesi con la Croazia di Kovac e poi l’occasione della vita: il Brentford. Quell’occasione, però, ha una scadenza di sei mesi. E poi chissà. Nicolas ci prova, è la sua opportunità. Lascia contratto, sicurezze e Francia e vola insieme alla moglie e alle due figlie a Londra, che diventerà la sua casa. La vita nella capitale inglese è cara e lo stipendio non molto alto, ma la famiglia resiste. I sei mesi diventano tre anni. Poi subentra l’altra sua coordinata: il coraggio di provarci. Contatta Arteta, al tempo secondo di Guardiola. Convince tutti, entra nello staff del Manchester City.

Gol e murales

Quel legame con Arteta non si fermerà nella sponda blues di Manchester. Mikel vuole costruirsi la sua strada, uscendo dall’ombra del maestro Pep. E per farlo vuole quell’uomo che aveva imparato ad apprezzare per la sua innovazione e la sua attenzione nello studio dei calci piazzati. La fiducia è reciproca e totale. È l’inizio di una nuova era nella Londra dei Gunners.

Un’era dai diversi protagonisti: l’allenatore, una rosa di talenti e quell’uomo che spesso si vede dare indicazioni durante i calci da fermo. In questa stagione sono 25 i gol arrivati da punizione o angolo. Lo schema, spesso, è chiaro: un blocco sul portiere e sui difensori avversari per liberare alcuni uomini scelti. Un po’ come nell’occasione del 2-1 di Gabriel Jesus. C’è chi ha il possesso palla e chi le ripartenze, in casa Arsenal la chiave utilizzata è differente. E tutta Europa ha imparato a comprenderlo, Inter compresa. Il merito è di quel ragazzo che poco più che ventenne lasciò casa per il Canada e, anni dopo, provò a contattare Arteta per lavorare insieme. “Set-piece again!”, cantano i tifosi inglesi. In casa Arsenal è diverso. L’idolo non è sempre un giocatore, ma può essere anche un assistente. Tanto da dedicargli un murales.

Nicolò Franceschin

Nato nel 1997 tra Milano, Como e Lecco. Laureato in Giurisprudenza, ma ai codici ho preferito una penna. Cresciuto con Maradona (il calcio), ma anche Ronaldinho e Sneijder. Il fascino del numero 10. Credo nella forza delle parole. Verità e narrazione. In giro in macchina per stadi, campi e strade alla ricerca di nuovi colori da scrivere, perché ognuno ha una sua sfumatura. Le note del telefono che si riempiono di storie, alcune il cui finale è ancora tutto da scrivere. Una di queste è la mia. Raccontare emozioni e dare voce a chi non ce l’ha.

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