Questo sito contribuisce all'audience di
Menu

Seleziona una squadra

  • Serie A
  • Coppe
  • Altri

Tino Costa story: dalla panetteria a un Natale... su un'isola da solo. Con le lacrime e le canzoni di Arjona

| News calcio | Autore: Fabrizio Romano

"Al mio Natale avevo tolto quella parolina magica che di solito c'è davanti: felice". Ha girato il mondo, è diventato idolo del Mestalla e adesso vuole conquistare anche Genova, sponda Genoa, dove chi gioca col cuore è sempre apprezzato. Eppure Alberto Costa quella personalità da leader del centrocampo capace di sganciare bombe atomiche col suo piede sinistro se l'è costruita in giro per il mondo. Per tutti è stato semplicemente Tino sin da piccolo, nella sua umile e tutt'altro che ricca famiglia di Las Flores, cittadina da 20mila abitanti appena fuori Buenos Aires. Il motivo? Una novela della televisione argentina in cui il protagonista era tal Faustino detto Tino. "Uguale a te!", gli disse un giorno il nonno. E così fu Tino. Lo cresce mamma Viviana a pane e calcio: lo sveglia alla mattina all'età di 3 anni per dirgli che "la pelota es tu juguete", la palla è il tuo giocattolo. Non sbagliava. Finché un amico di Tino a 6 anni non lo porta in una squadra del barrio, primi passi e via. Senza mai scordare di aiutare la famiglia: Costa all'età di 10 anni inizia a lavorare in una panetteria, felice di tornare a casa con cinque o sei pesitos e un bel pezzo di pane ogni giorno. Il papà Alberto Carlos invece ama alla follia il San Lorenzo: "Come me - racconta Tino -, ma non ha mai potuto permettersi di andare allo stadio. E un giorno vorrei portarlo", niente è più bello dei sogni dei poveri. Ah, la scuola? Un disastro. "In matematica non capivo nulla, pensavo solo alla prossima partita coi miei amici". Insomma, il destino gira sul futbol. Due provini, a 13 anni. Ma tanta sfortuna: il primo è al Boca Juniors... ma quel giorno diluvia. E salta tutto. Tino Costa torna a casa triste, col papà che in cambio gli compra 100 grammi di mortadella. Storie d'Argentina. Pochi giorni dopo chiama l'Estudiantes e c'è il bivio di una carriera: el Pincha, mica un club qualsiasi. Se non che la sera prima del provino, Tino si rompe il polso a casa propria. Da solo. Pazienza, fasciatura fai da te e si va lo stesso: "Ma ad un pallone toccato sono caduto e appoggiandomi al polso ho sentito troppo dolore. Credo neanche mi abbiano considerato, viste le condizioni di dolore". Niente da fare. Finché nel 2002, all'età di 17 anni, il papà di Andrés, portiere (di strada) e miglior amico del quartiere, non gli procura un'offerta dal La Terraza, Guadalupa, un'isola delle Antille. Andare o non andare? Forse, l'ultima occasione della vita. Tino impiega ore a convincere i genitori; ce la farà, ma al momento della partenza è un fiume di lacrime che non dimentica. Così si diventa uomini. Basse-Terre, Guadalupa, 16 dicembre 2002. Tino Costa ha 16 anni e viaggia da solo, triste. Tristissimo. Non conosce i compagni e passa Natale, il giorno di Capodanno e il suo compleanno, 9 gennaio, con se stesso e le sue lacrime. In sottofondo le canzoni di Ricardo Arjona, il suo cantante preferito. "Ogni mese facevo le valigie e tornavo a salutare i miei", rivela Tino. Dura, durissima. "Ma ho vissuto tutto questo perché volevo diventare calciatore. Andavo a dormire ogni sera alle 21, appoggiavo la guancia sul cuscino e piangevo. Quanto volevo il mio sogno". Finché non inizia a giocare con continuità. Lì la sua carriera cambia. Perché Tino Costa fa vedere di saperci fare. Lo studiano in tanti: Olympique Lione, Marsiglia, PSG e anche Auxerre. Qualche provino, tutti "no, grazie". Finché il Racing de Paris non gli dà un'occasione. Decolla, Tino Costa. La Francia diventa casa sua, al Pau FC incrocia un certo Gignac, poi ci scommette il Montpellier. Trampolino di lancio di un leader che quando carica quel sinistro fa spavento. Il resto è storia dei giorni nostri, di quel Valencia che ci punta e dove diventa idolo. Non senza soffrire, anche qui: "Non mi trovavo con questi allenamenti da calcio spagnolo e giocavo poco". Poi? Si fa male Banega, Unai Emery lo lancia e non lo toglierà praticamente più. Ci vorranno i soldi russi dello Spartak Mosca per portarlo via. Ci è voluto il fascino del Genoa per rilanciarlo, adesso. Dove si sa amare chi sa soffrire, con la personalità di un leader che si fascia il polso da solo, si accomoda dietro il bancone di una panetteria, vive un Natale in solitudine su un'isola pur di rincorrere il suo sogno. E poi magari prende in mano il centrocampo. Todo estarà bién. Parola di Ricardo Arjona. E di Tino Costa...
Condividi articolo su

Calciomercato