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"Siamo Mestre, non Venezia!". In quattro anni dalla Prima Categoria alla Serie C (da protagonisti), il presidente Serena: "Voglio ristabilire la storia! E ora penso ad uno stadio tutto nostro..."

Foto Marco Parente

| Interviste | Autore: Lorenzo Buconi

Sono i sogni a dar forma al mondo. O forse no. Anzi, non solo. Un pizzico di sana follia è imprescindibile, quasi sempre. Lo spirito di credere nell’impossibile. La virtù di lottare per ottenere l’irraggiungibile. E, poi, la necessità – ineffabile – di andare oltre: sognare, immaginare, ‘magari un giorno…’. Ah, che bello il naufragar nel mar del ‘domani’! Parliamo dell’oggi, però. Sogniamo – fisicamente – al presente…mica al futuro! E, allora, carpe diem! Raggiungi l’inarrivabile, ottieni l’impossibile. Nulla è davvero tale, forse.

Carpe diem, Mestre. Detto fatto. Alla stessa velocità dei neutrini. “Il futuro è ora”. Asserisce con tono giustamente soddisfatto il presidente, Stefano Serena. Trentasette punti in venticinque partite, sesto posto in classifica nel girone B di Serie C. Piena zona playoff (alla prima stagione, da neopromossi). Ah, i numeri! Unica certezza assiologica nel mondo dell’iper-relativismo. Dinanzi ad essi non si scappa. Inconfutabili. Come gli sforzi di Serena. E pensare che… “Quattro anni fa, quando ho preso la società, il Mestre militava in Prima Categoria…”.

Una mission impossible, tanto per usare termini anglofoni che di questi tempi fanno più tendenza. “Voglio la C in cinque anni”. Eccolo qua, il trait d’union tra sogni e carpe diem. E’ qui, al di la di ogni ragionevole dubbio. E’ qui, nella sana volontà di raggiungere concretamente un obiettivo. Nella volontà di trasformare l’immagine in prassi e di spendere tutto se stesso affinché l'auspicato fosse diventato fattuale. “Quando alla domenica vedevo le classifiche dei vari campionati regionali veneti e leggevo Prima Categoria, Mestre...soffrivo! Soffrivo troppo! Così, malgrado non abbia mai giocato a calcio, mi sono detto… ‘vai Stefano, carpe diem!’. E’ stato un percorso lungo, faticoso…ma dannatamente emozionante! Abbiamo costruito tutto da zero. Non mi sono mai rivolto a nessuno, nemmeno agli sponsor. Pensavo: prima dobbiamo costruire la nostra credibilità e solo successivamente potrò pensare di andar a chiedere fiducia in giro. Sono un tifoso, amante, appassionato del calcio…ma soprattutto sono totalmente permeato dal mio animo mestrino”.

Animo mestrino, giustappunto. Spirito battagliero, verace. Lo spirito di chi nelle battaglie trova il suo naturale campo di esplicazione. L’animus di chi annichilisce le difficoltà, e non viceversa…E debbo dire che questa squadra incarna alla perfezione l’animo mestrino. Ne è la riprova l’incredibile rimonta contro il Pordenone di domenica (da 2-3 a 4-3). Oltre al discorso della logistica, il quale richiede davvero una forza d’animo notevole…”. Un bel sospiro, un leggero velo di delusione per una burocrazia che, troppo spesso, svilisce legami (anche territoriali, come in questo caso)…Siamo l’unica squadra tra i professionisti che non ha uno stadio a casa propria. Di conseguenza siamo stati costretti – racconta il presidente Serena ai microfoni di GianlucaDiMarzio.com ad andare a giocare a Portogruaro. E questa è una problematica di rilievo. Dico sempre, infatti, che chi viene qui deve avere doti umane particolari, al di sopra del normale perché abbiamo questa difficoltà in più alla quale dover giornalmente sopperire. E, in tutto ciò che auspicavo, credo di aver trovato qualcosa di vero…”. Ma da buon mestrino, Stefano Serena ha...colto l’attimo! L’unica soluzione è quella di farci uno stadio a Mestre, tutto nostro. Ho già lanciato un concorso di idee, che si concluderà alla fine di marzo e mi sono già arrivate le prime bozze di progetti che sottoporrò all’amministrazione comunale. Era un sogno fino a poco tempo fa, confido di farlo divenir realtà…”.

Una realtà che rivendica con orgoglio la propria alterità. Una realtà che merita rilievo per le sue peculiarità, per le sue tradizioni, per la sua originarietà. Argomenti quanto mai attuali nel discutibile crogiolo globalizzante. Ma, qui, il riferimento è molto ben indirizzato… Mestre è Mestre, Venezia è Venezia. Mestre fa parte del comune di Venezia, è vero, ma sono due realtà totalmente diverse e non solo, ovviamente, dal punto di vista calcistico. La maglia arancioneroverde non esiste, non può esistere e non potrà mai esistere. Il Mestre è arancionero, il Venezia è neroverde. Quando Zamparini nell’ ’87 le ha messe assieme…beh non è stata una scelta felice, lo ha ammesso lui stesso. Io sto, innanzitutto, cercando di ristabilire la storia, di ridare identità ad una comunità, quale quella mestrina, che non può assolutamente esser ridotta e assimilata a quella veneziana. E, in quest’ottica, il calcio è il medium ideale per innalzare i valori di una comunità troppo spesso – ingiustamente – bistratta e che negli ultimi anni – finalmente – ha conosciuto miglioramenti, primariamente urbanistici. Esiste la Laguna, stupenda e a livello mondiale – giustamente – riconosciuta come tale…Esiste la terraferma, esiste Mestre, dove peraltro ultimamente il numero dei veneziani che ci vivono è sensibilmente aumentato”.

Parole chiare, lodevoli. Pensiero saggio, giusto, tralatizio. In un mondo che si (auto)illude di fagocitare la geografia, di poter dimenticare le tradizioni, di poter indossare qualsiasi “abito”. Noi siamo le nostre radici. Noi siamo la comunità nella quale siamo nati. Noi siamo in quanto membri di un aggregato sociale preciso. La (non) localizzazione non è, affatto, sinonimo di progresso ed evoluzione. Purtroppo il passato non si cancella. Ma il presente si può migliorare…per cambiare il futuro! I nostri ragazzi, nati negli anni ’80-’90 non conoscevano nemmeno il Mestre, solo l’Unione Venezia. Da qualche anno a questa parte, però, le cose son cambiate. E’ riemerso l’orgoglio di appartenere a questa comunità, è riemerso il valore della nostra storia sociale e culturale. Tifosi ultracinquantenni che son tornati allo stadio col vessillo arancionero, l’invasione a Vigasio dello scorso anno in occasione della promozione in Serie C (foto)…momenti di elevato successo sociale prima ancora che calcistico!”.

L’eco sistematico di un calcio vero, bello e pulito. Di persone sincere, oneste, per le quali conta ancora una stretta di mano o il semplice guardarsi negli occhiCon mister Mauro Zironelli c’è un feeling eccezionale. E’ un maestro di calcio e vedrete che farà carriera. Ma, prima di tutto, è un grande uomo”. E’ in questa forza valoriale la quintessenza di una simmetria, tra calcio e società (in senso sociologico), di cui troppo spesso ci si dimentica. Perché ogni attività ha una sua dimensione naturale e questa, senz’altro, è quella più vera del calcio. Altrimenti sì, sarebbe solo un gioco…

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