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Viaggio nel mondo Betis: "triangolo" tra fede, passione e orgoglio

| Storie | Autore: Simone Nobilini

Siamo andati a scoprire l'universo bético, pronto ad ospitare il Milan: dalle curiosità del "Benito Villamarin" al centro sportivo situato a pochi metri dallo stadio, passando per i covi di tifo blanquiverde più caldi. Quelle peñas dove anche tifare Siviglia, circondati dal tifo del Betis, si può...

Per spiegare a tutti perché vogliano essere la prima squadra dell’Andalucia, partono dalle note del loro inno: cantate prima di ogni partita, impresse nei cornicioni che separano il secondo e il terzo anello dello stadio “Benito Villamarin”. E non solo. Perché se l’essere “Apiñados como balas de cañón” (“Carichi come cannoni”) finisce per simboleggiare la mentalità bética, una frase speciale ricorda anche “Una passione chiamata Betis si tramandi da padre in figli, da nonno a nipoti”. Merito a Manuel Ramírez Fernández de Córdoba, ex direttore del quotidiano ABC di Siviglia, e alla sua concezione di senso d’appartenenza ai colori biancoverdi: parole che ancora oggi suonano come comandamento per chi, dai più giovani ai vecchi cuori, vedono il Betis Siviglia come autentica ragione di vita. Fiume di passione, che prende il nome latino del Guadalquivir, da “leggenda che ricorre nel mondo intero”, destinata a proseguire negli anni a venire.

Ogni dialogo con un cittadino sevillano, dal taxista al ristoratore, si trasforma in metro di paragone dal vantaggio sempre e costantemente pro Betis: “Abbiamo il numero più elevato di fan club nel mondo, nettamente superiore a quello del Siviglia”. Un confronto continuo, da qualsiasi tipo di derbi che si rispetti, contro quel quartiere di Nervion distante soli 4,5 km: primeggiare nella città di Siviglia è un dovere totale per chi ha visto, reciprocamente, l’avversario cittadino crescere e sorprendere, proprio come nell’ultimo caso del Betis. Qualificatosi in Europa League e, per mano di Quique Setién, capace di raggiungere un livello calcistico dall’elevatissimo tasso di estetismo.

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LA CASA, IL TRIANGOLO, IL RICORDO DI ROQUÉ

12 minuti: quelli che separano il Ramon Sanchez Pizjuan dal Benito Villamarin; quelli che dividono il quartiere di Nervion, dal puro stampo blanquirrojo, da quello di Heliopolis: due frange del tifo sevillista totalmente opposte, divise ideologicamente tra sinistra e destra, che rappresentano la perfetta scissione calcistica di una città avvolgente, in alcuni tratti arabeggiante, raccolta. Proprio come nel caso bético, dove la ciudad deportiva “Luis Del Sol” sorge a soli 700 metri dalla casa di (quasi ogni domenica) del Betis, nell’Avenida de Italia: un centro apparentemente spoglio, visto dall’esterno, ma assolutamente moderno nella composizione dei campi sintetici e nell’organizzazione. Dove Setién prepara meticolosamente, allenamento dopo allenamento, le sfide della sua squadra.

Triangolo di vita: quello che si forma tra stadio da 60mila anime, centro sportivo e (contemporaneamente) negozio e museo, tutto raccolto nell’arco di pochissimi metri: forma che, oltre al rivestimento esterno in pietra del Benito Villamarin, si ripropone in circa 400 elementi nella nuova seconda divisa del Betis. Omaggio alla fantasia dello stadio, riproposta in ogni singola parte del rivestimento in cemento, e a tutte le peñas del tifo blanquiverde, in quel triangolo che è simbolo anche nelle forme geometriche dedicate (in misura leggermente superiore) ai nomi dei presidenti al comando del club dalla sua nascita, nel lontano 1907, ad oggi.

Il passaggio da triangolo ad angolo, però, è più immediato di quanto si pensi. Ortograficamente e a livello strutturale, dove una sorta di obelisco sorge prima dell’ingresso al garage dello stadio: impresso su una grande stampa c’è il volto di Miki Roqué, ex difensore del Betis B scomparso a soli 23 anni nel 2012 in seguito ad un cancro incurabile. Tragedia cui il Betis ha voluto dedicare, per sempre, un ricordo incancellabile, di fronte all’ennesimo dramma che ha colpito la città di Siviglia dopo Berruezo (morto in campo nel 1973) e Puerta.

LAS PEÑAS

Veri e propri covi di tifo, soprattutto quando il Betis gioca fuori, quando si ha intenzione di condividere la propria passione insieme a tanta gente davanti al cibo e ad un maxi-televisore. Le peñas, locali tipici della penisola iberica diffusissimi anche in Andalucia, nascono così: dimostrazione pratica trovata in uno dei locali più antichi e più frequentati della frangia bética, la “Peña De la Carne”, che dal 1927 sorge nel centro città di Siviglia.

La paella come piatto tipico della domenica, il Betis come pane quotidiano immancabile: tradizione che perdura ormai da anni e che, in passato, aveva portato tanti giocatori della squadra a riunirsi insieme ai tifosi per pranzare o cenare insieme. Ora, a restare sono la passione, maglie appese alla parete e fotografie autografate: tra queste, impossibile non focalizzarsi su due vecchie conoscenze del nostro campionato come Marcos Assunçao, visto con la maglia della Roma, e Joaquin, sevillano di nascita e bético nell’animo.

Questione di simboli, di storia, di orgoglio: quello che porta anche un cuoco del locale ad ammettere col sorriso, parlando con alcuni colleghi, la propria fede sevillista, pur lavorando in un covo di passione biancoverde diametralmente opposta. Ma Siviglia è e sarà sempre così: aspra nella rivalità tra le due squadre della città, dolce nella capacità di unirsi di fronte ai momenti più complessi di uno o dell’altro club, come insegnano le storie di Puerta e Roqué. Lezione di vita reciproca per chi ogni giorno, da un lato all’altro nel cuore dell’Andalucia, cerca di far valere una sola ragione di vita su tutte: carichi come cannoni, da leggenda che ricorre nel mondo intero da tramandare a figli e nipoti. Più semplicemente, una passione chiamata Betis.



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