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Luna park Mestre, che spettacolo Zirolandia! I segreti del 'Mago' Zironelli: "Nasce (quasi) tutto da una scuola calcio a Zanè! Il giro del mondo, la caccia alle anatre con Baggio e questa favola..."

Foto Marco De Toni

| Interviste | Autore: Lorenzo Buconi

Se crediamo che la bellezza del calcio sia solo e soltanto nel risultato ci precludiamo, probabilmente, la dimensione più vera di esso. Il calcio è (anzi, dovrebbe essere) arte, spettacolo, divertimento. Come a Mestre. ‘Meglio di andare al luna park, meglio della play station’ (asseriscono senza alcun dubbio i più giovani). Novanta minuti da cinema…oltre il risultato! Pressing alto, verticalizzazioni, possesso palla. Sorride Mestre…sorride la classifica! 46 punti, sesto posto in classifica, pienissima zona playoff nel girone B di Serie C. Non si può vincere giocando bene in C? Non si può avere tutto dalla vita? Alibi, scuse. Parole, parole, parole. I vincenti hanno un piano, i perdenti una scusa…

Il dna vincente Mauro Zironelli, detto ‘Il Mago’, ce lo ha stampato in quel sorriso sincero con il quale trasmette sicurezza e semplicità. Uomo di calcio, persona molto umile. Perché – scomodando Shakespeare la bellezza basta da sola a persuadere gli occhi degli uomini, senza bisogno di oratori. Due anni sulla panchina del Mestre: una promozione dalla Serie D e un campionato spettacolare. Come al parco giochi. Divertimento puro al Mecchia di Portogruaro. Signori e signore, benvenuti a Zirolandia… “Lo stile di gioco basato sul possesso palla nasce, prima di tutto, da un semplice calcolo di probabilità…Se io muovo la palla nella tua metà campo è chiaro che ho più probabilità di farti gol e ho meno probabilità di te di subirne. Il calcio è una roba molto semplice, anche se come diceva il grande Cruyff… ‘Giocare a calcio è semplice, ma giocare un calcio semplice è la cosa più difficile’… Il possesso palla fine a se stesso è ciò che mi piace di meno, deve essere funzionalizzato…devo verticalizzare sennò è inutile. E quando l’avversario mi riparte lo devo andare a prendere alto per rubargli palla e cominciare a giocare fin dentro la sua metà campo, non deve uscire”. Concetti semplici e resi tali da una spiegazione eccellente, puntuale. Perché spesso, molto spesso, anche nella vita quotidiana ci auto-persuadiamo che la vera ‘vittoria’ sia nel ‘difficile’, sia nel fare cose che nessuno fa, nell’originalità. Quando, invece, basta far bene le cose semplici per esser felici, contenti e vincenti…

Un Leader semplice, spontaneo. Che se gli pronunci questa parola si mette a ridere, “meglio Mago allora dai…”. Un Leader, appunto. Perché un Capo dà ordini e, di conseguenza, viene seguito… Un Leader viene seguito e basta, non ha bisogno di dare ordini. ‘Ziro’ come, con affetto lo chiamano tutti, piace. E piace tanto. Perché fa cose semplici in un mondo inspiegabilmente complicato. Perché è rimasto sempre umile. Perché ha le sue idee e le porta avanti, con sudore e sacrificio, anche se posson risultare impopolari in un mondo ossessionato dalla cultura del risultato… Io mi metto nei panni del tifoso, soprattutto dei più piccolini. Se vado allo stadio a vedere una partita, prima di tutto mi devo divertire. Devo esaltarmi, devo gioire, devo festeggiare. Personalmente mi fa male vedere portieri che ci mettono quindici minuti per fare un calcio di rinvio, giocatori che rimangono a terra un’infinità. Le perdite di tempo, il giocare per lo 0-0, undici dietro la linea della palla. No il calcio non è e non può essere questo, dai. Perlomeno la mia idea di calcio non è e non può essere questa. Il risultato è importante, certo, chi lo nega? Ma se ci affanniamo dietro di esso perdiamo di vista il senso vero di questo bellissimo gioco…”.

C’è un'inconfutabile verità nelle parole di Mauro Zironelli. C’è tanta gavetta, tanto sudore. C’è un’ideale. Vero, autentico. Quello stesso che da circa quarant’anni porta con sé e custodisce gelosamente. “La mia vita è stata sempre legata al calcio. Giusto l’altro giorno – racconta Zironelli ai microfoni di GianlucaDiMarzio.com – vedevo le foto di quando ero bambino e non ce n’era una nella quale non avessi la maglia dell’Inter. Mio papà me ne comprava una dietro l’altra, ma la più bella resterà sempre quella di Mazzola. Il primo amore non si scorda mai…”.

Cresce tra oratorio e marciapiede. Col pallone, stretto forte tra le mani o sottobraccio. A sedici anni la chiamata del Lanerossi Vicenza, il crociato rotto. Un anno fermo. Poi il debutto, subito, in prima squadra. Da Vicenza a Firenze, tutto d’un fiato. Come in un film, dalla trama incalzante. Come in un album dei ricordi che Ziro sfoglia molto volentieri…La Fiorentina mi acquistò per tre miliardi di lire. La stessa cifra di Roberto Baggio sì, ma è evidente che lì si son sbagliati (ride). Dunga, Batistuta, Baggio…a Firenze il calcio mi è passato davanti, come un treno. Io estasiato, che osservavo ammirato. Se il calcio è divertimento, quello era uno spettacolo unico, incredibile. Ricordo una volta, andammo a giocare a Kiev , campo ghiacciatissimo, -13 gradi. Un freddo che se ne parlo mi viene ancora oggi che son trenta gradi. Rientriamo a Firenze Peretola alle 3 di mattina…scendiamo dal Charter, Robi Baggio si gira verso di me… ‘Ziro ascolta, ti faccio una proposta: andiamo a caccia di anatre al laghetto a Firenze Nord?’… ‘Robi ma sei impazzito? Io vado a letto…’. Lui prese e alle 3 andò a cacciare le anatre. Un grande uomo e un calciatore immenso Robi Baggio”.

Una carriera di cuore e di grinta. Di non mollare mai. Di rialzarsi sempre. Nonostante i tanti infortuni. Ma il destino dà e il destino toglie. Una legge di vita, nella quale alla fine il conto tra fortuna e sfortuna è sempre in sostanziale equilibrio. La discriminante siamo noi, con le nostre azioni e con il nostro essere. “Quando ho smesso di giocare la prima cosa che ho fatto è stato il giro del mondo. In un anno ho visitato le scuole calcio di (quasi) ogni angolo del Pianeta. Dall’America all’Australia…Non mi dimenticherò mai il Bangladesh, immagini di miseria che mi sono rimaste dentro. Che mi hanno fatto riflettere davvero tanto. Bambini orfani, che non ti sapevano dire nemmeno il nome, in giro scalzi sui marciapiedi con una ciotola di riso. Quando vedi scene di questo tipo rifletti e rifletti tanto. Apprezzi di più quello che hai, capisci quanto tempo perdiamo nella vita di tutti i giorni ad affannarci dietro a cose inutili".

Non si cela dietro ai soliti virgolettati calcistici. Va oltre, come nella vita. Oltre le apparenze, oltre ciò che sembra scontato. Come quando ha deciso di aprire una scuola calcio nella sua città, Zanè, in provincia di Vicenza… “Un modo per far divertire i ragazzi e per sperimentare una visione del calcio un po’ diversa, incentrata prima di tutto sulla tecnica e sul divertimento. C’erano molti allenatori al primo incarico, alcuni di loro argentini e brasiliani proprio per ottimizzare questo lavoro tecnico…Ci divertivamo a sperimentare, a far cose diverse: ad esempio tutte le squadre si allenavano a calcetto e non a calcio. Lì mi si è aperto un mondo, una nuova prospettiva di calcio…”. Lì è nata Zirolandia. Da quel confronto calcistico e culturale di cui spesso trascuriamo l’importanza ma che pure è fondamentale, anche nella vita. Il mio vice è un allenatore di calcetto che ha vinto tre campionati a Zané… Dal calcetto si possono apprendere tanti piccoli ma importanti concetti, per me la tecnica è l'aspetto più essenziale di tutti…”.

L’importanza del sudore e della gavetta. L’importanza di non prendere mai scorciatoie… “Che poi tanto alla fine ti fanno tornare indietro”. Il lavoro duro è imprescindibile, unica ‘scala’ possibile verso le nostre ambizioni… “Io ho fatto la gavetta vera, non me ne lamento. Sono gli step della vita e vanno rispettati. Oggi ho 48 anni vengo da quattro anni di Serie D e da questa splendida annata in C. A Mestre società, tifosi e giocatori devo e dovrò sempre dire grazie. Al presidente Serena e a tutti. E’ difficile trovar persone così serie e oneste al giorno d’oggi. Abbiamo fatto un percorso straordinario, difficile da ripetere e il merito è e sarà sempre di tutti. Il futuro? Se viene una chiamata importante farei fatica a dire no, ma ora pensiamo a finire bene il campionato perché se lo merita la nostra gente, se lo merita questa splendida società…”.

Una favola di semplicità, una favola di sincerità. Oltre le apparenze di un risultato, oltre lo zero a zero. Perché non è la variabile (e non lo sarà mai…) di una singola partita a determinare ciò che si cela dietro agli attori protagonisti. Vittorie, sconfitte, vita… alla fine del giorno niente è mai casuale, niente accade mai (troppo) per caso. Come a Mestre, dove il sorriso (calcistico) è tornato a riecheggiar forte…con Mauro Zironelli e la sua splendida Zirolandia.

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