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L'altra metà del calcio, parla Martina Rosucci: "Usciamo dal dilettantismo. Sogno un top club in Italia, il Mondiale..."

| News calcio | Autore: Guido Barucco

Carattere e personalità emergono subito, dopo pochi secondi. Dalla sua voce, che ti guida dritto ai suoi sogni, chiari e decisi. Martina Rosucci ha 22 anni, è di Torino ed è la stella del nostro calcio al femminile, campionessa d'Italia col Brescia e protagonista in Nazionale, dove ha già vinto un Europeo U19 nel 2008, quando giocava con ragazze più grandi di lei di tre anni. Nella vita ha preferito i tacchetti ai tacchi, ma non chiedetele se anche le femmine giocano a 11 o se il pallone pesa uguale perché “mi dà fastidio”. Grinta da vendere, paura di far vedere i denti? Mai. “Ho sempre avuto un carattere molto forte, non mi sono mai fatta mettere i piedi in testa. Da piccola ero più maschiaccio io dei maschi. Ai giardini o nella scuola calcio, per me giocare contro di loro era un piacere. Anzi, potessi, giocherei ancora contro i ragazzi. E lo consiglio a tutte le bambine…”. Dai campi della provincia di Torino alla Nazionale, nel mezzo anche una parentesi da modella. Più per "fare un piacere alla mamma" che per passione, visto che “è stata un’esperienza di pochi mesi, abbiamo capito subito che non faceva per me". Già, perché quando Martina era piccola e sognava il pallone, “lei preferiva che facessi danza o qualche altra attività, mi ha ostacolato all’inizio. Non vedeva il calcio come uno sport per bambine, però quando ha visto che la mia passione era enorme e che riuscivo bene in questo mondo, non ha potuto far altro che sostenermi. Ed oggi è la mia prima tifosa”. Una passione, quella per il calcio, che a Martina è stata attaccata dal gemello Matteo: “Andavo a vederlo, poi ho giocato con lui. Era facile per me, perché lui mi proteggeva. Poi per regolamento è arrivato il momento di decidere: andare a giocare con le femmine, o smettere. Perché con i maschi non potevo più. E così decisi di smettere…”. Ma senza pallone ha resistito poco, qualche mese e poi ancora in campo. Nella borsa di nuovo i tacchetti, nella testa sogni ed ambizioni. Con quali punto di riferimento? “L’idolo calcistico è Del Piero. E il modello Marchisio: dire che gli assomiglio mi sembra troppo, però abbiamo caratteristiche simili. Anche io, come lui, posso ricoprire più ruoli: centrocampista, regista, trequartista...”. Del Piero, Marchisio… Juventina? “Sì, assolutamente. Sono torinese dai colori bianconeri”. Ma con un bel po’ di azzurro a colorare la sua vita, quello della Nazionale. Quello che ha riempito tante giornate della sua carriera: “Ho un rapporto splendido con la maglia azzurra, ho iniziato a 16 anni, nel 2008, e da lì è proseguito senza interruzione: under 17, 19, 20 e poi la Nazionale maggiore. Ora la responsabilità è maggiore perché abbiamo l’Italia intera sulle spalle”. A fine novembre il doppio playoff contro l'Olanda, in palio un posto per il Mondiale in Canada. Un risultato che sarebbe straordinario: “E’ un sogno per tutti, e potrebbe dare una svolta al nostro mondo. Io ci spero, ma non sono fiduciosa. Si è parlato anche troppo di svolte… Per noi comunque sarebbe il raggiungimento di un traguardo bellissimo, all’Italia il Mondiale manca dal 1999. Esserci sarebbe importante. L’Olanda è una squadra molto strutturata, ma queste partite vanno al di là della forza, ci sono tante altre cose in ballo: ce la giocheremo”. Insieme al CT, quel Cabrini che tanto ha dato al movimento: “Si sente la sua presenza storica anche quando andiamo in giro. Fa tanto, e la sua figura è servita a dare visibilità. Ha negli occhi la convinzione di farcela: ci dice sempre è che sentirci più forti è la chiave per vincere”. Dall’Italia agli USA, dove Martina è stata pochi mesi. Quanto è bastato per essere la prima calciatrice italiana a giocare nel campionato collegiale americano, al top nel mondo. Era il 2010, aveva 18 e quella in Massachusetts fu un esperienza “più che difficile direi sfortunata. E’ capitata in un momento sbagliato della mia vita. Mi porto dietro la fortuna di essere andata da sola a 18 anni dall’altra parte del mondo, ma non ho trovato quello che mi aspettavo. E’ stato un piccolo rammarico che cercherò di riscattare in futuro”. PSG, Bayern Monaco, OM… All’estero i grandi club sono grandi anche al femminile. Anni luce avanti a noi, ma “il sogno nel cassetto sarebbe quello di giocare in una squadra italiana che possa essere al livello dei top club europei, disputare la Champions senza perdere 5 a 0. Noi purtroppo siamo costrette, obbligate ad emigrare in Germania, in Francia, in Svezia. Paesi dove il calcio è calcio sia al femminile che al maschile. Lì le ragazze sono professioniste, tutelate al 100%: mi piacerebbe respirare quest’aria…”. E’ l’occasione di parlare di riforme nel calcio, la prima cosa che farebbe Martina è “uscire dalla LND, anche se è molto difficile, ma ci porterebbe fuori dalla decadenza. Il dilettantismo esiste solo da noi ed in Grecia. Poi le strade sarebbero due: o creare una Lega autonoma, o affiancarci ai colleghi maschi come in molti altri paesi. Ma sono comunque progetti difficili da realizzare. Io studio scienze motorie a Brescia, ed ho la frequenza obbligatoria. Ho la fortuna di essere giustificata quando sono via per la Nazionale perché ho scelto una facoltà sportiva, ma non posso dedicarmi solo al calcio. Devo mangiare nella vita e pensare al mio futuro”. Intanto, si gode il presente. Capolista col suo Brescia campione d'Italia. E chiamata a ripetersi: “Vincere è facile ma rivincire è dura, anche perché tutte mettono qualcosa in più quando ci affrontano”. Non c'è più tempo, orario di allenamenti.  Noi la salutiamo, con due certezze in più: Martina ha la grinta e la volontà di chi insegue i propri sogni, e sicuramente li realizzerà. Ma non solo: i tacchetti non hanno colore, non sono né celesti né rosa. Un messaggio ai piani alti, firmato Martina Rosucci.IMG_1936-0.JPG IMG_1935-0.JPG IMG_1937-0.JPG IMG_1934-0.JPG IMG_1940-0.JPG IMG_1938-0.JPG IMG_1939-0.JPG IMG_1941-0.JPG IMG_1942-0.JPG IMG_1943-0.JPG
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