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Da Foligno verso Cittadella passando per Kilmarnock: la storia di Manuel Pascali

| News calcio | Autore: Nino Caracciolo

L'Italia nel passato e... Nel futuro. L'aveva detto nel freddo gennaio scozzese, Manuel Pascali: "Sì, mi piacerebbe tornare se si presentasse l'occasione giusta". Il Cittadella lo ha contattato, lui potrebbe ritrovare i campi di quella Lega Pro che lo ha visto protagonista con oltre duecento presenze in categoria. Carpenedolo, Pizzighettone e Foligno tra le altre, poi il volo in Scozia per una lunga esperienza al Kilmarnock. Una storia di passione pallonara dal sapore particolare. Una storia che ripercorriamo attraverso le sue parole riproponendo la nostra intervista esclusiva realizzata tempo fa al giocatore: Kilmarnock, Ayrshire Orientale, Scozia. Poco più di 44.000 abitanti, il fiume Irvine che ne costeggia la periferia, l’industria di tappeti presente già dal 1800 è riconosciuta a livello internazionale, la tramvia è una delle prime mai costruite al mondo. Ed una squadra di calcio, il Kilmarnock Footbal Club, il team professionistico più antico di Scozia. Il suo stadio, il Rugby Park, luogo di culto per gli appassionati locali. La casa calcistica di Manuel Pascali. Si, proprio un italiano. Milanese di nascita, scozzese d’adozione. Nel mezzo, una carriera trascorsa tra la polvere della Serie C e quel sogno, presto trasformato in incubo, di Parma. Prima della rinascita a Foligno e del viaggio della consacrazione verso la terra promessa Scozia. Da quasi disoccupato, a capitano del Kilmarnock, Manuel Pascali racconta la sua storia per GianlucaDiMarzio.com
Dalla provincia in Serie C al Kilmarnock la strada è lunga. Com’è nata l’idea di trasferirti in Scozia? Sinceramente, nasce tutto un po’ per caso. Ai tempi in cui giocavo nel Pizzighettone, ho avuto la fortuna di conoscere Sergio Porrini. Parlandoci, ogni giorno mi martellava dicendomi che il calcio scozzese sembrava fatto a pennello per me, che sarebbe stato il “mio” calcio. Io ridevo, non davo peso a quelle parole. Invece, 3-4 anni dopo… Andiamo con ordine. Parlaci un po’ della tua carriera, in cui spicca anche un trasferimento al Parma, Serie A. Già, il Parma. Mi acquistò nell’estate del 2007 dal Carpenedolo, però non andai mai in ritiro con il club ducale. Sinceramente, non svolsi  nemmeno le visite mediche. Il mister del Parma, in quella stagione, era Di Carlo: io ci speravo ma niente. Mi ritrovai ad allenarmi da solo, nonostante un contratto, poi il 31 agosto firmai per il Foligno. Foligno, che è stato il tuo trampolino di lancio verso la Scozia, che ricordi hai di quella stagione? E’ stato un anno indimenticabile. Una città fantastica, un gruppo meraviglioso. Da neopromossi, sfiorammo la Serie B, perdemmo gli spareggi con il Cittadella. Quel Foligno era allenato da Pierpaolo Bisoli, ed in squadra con me c’erano giocatori come Volta, Parolo e Cacciatore. Fu una stagione grandiosa. L’anno seguente, la svolta della tua carriera. Il provino con il Kilmarnock. Nell’estate del 2008, sempre grazie a Porrini e Stefano Salvatori, ex giocatore degli Hearts, mi viene proposto di fare un provino con gli scozzesi. Non ero il primo italiano a provare, ma prima di me nessuno era riuscito a convincerli. Io non ci penso un istante, decido di mettermi in gioco, e raggiungo il ritiro di Lucca dove il Kilmarnock si stava allenando. Trascorro li tre giorni, poi mi viene offerta un’ulteriore prova, questa volta però in terra scozzese. Dentro di te sentivi che c’è l’avresti fatta? Non avevo niente da perdere, non ero nemmeno in perfette condizioni fisiche. Acquistai il biglietto e mi misi in volo. Partii all’avventura, con curiosità e serenità. Feci due amichevoli con loro, una contro il Wolverhampton e l’altra contro il Qpr di Briatore. Proprio in quest'ultima partita, riuscii a far gol convincendoli definitivamente. Mi guadagnai il contratto col cuore: tre anni, più l’opzione per il quarto. Com’è stato l’impatto con la nuova realtà? Non è stato facile, ma io neanche ci pensavo. Ero riuscito ad ottenere  quello che avevo sempre sognato, giocare nella massima serie di un campionato prestigioso come quello scozzese, avere il proprio cognome stampato sulla maglia. Mi godevo ogni singolo istante. I primi mesi vivevo in hotel, ma per me era come avere tutto. Allenamento, palestra e camera: vivevo per la mia chance. Poi, andai a vivere in uno degli appartamenti di proprietà del club, a trenta metri dallo stadio. Ero felice, mi sentivo sulla luna. Non ci hai messo tanto a conquistare tutti, visto che in breve tempo sei diventato il capitano del club. Già, ed è una cosa che mi riempie d’orgoglio. La prima volta che indossai la fascia, fu dopo un paio di mesi dall’inizio della mia avventura. Adesso, invece, è da tre anni che sono stato designato dall’allenatore come capitano della squadra. Davvero un grande onore. Quali sono le differenze maggiori che hai riscontrato tra il calcio scozzese e quello italiano? Il calcio scozzese è più veloce, diretto. Più fisico e meno tattico. Ma tecnicamente, il livello è molto più alto di quanto si possa immaginare. E’ perfetto per le mie caratteristiche: ho sempre detto di ispirarmi ad Ambrosini, ma ormai mi posso considerare a tutti gli effetti un ex centrocampista centrale, visto che da un anno sono arretrato in difesa. Consiglieresti a un giovane l’esperienza estera, scozzese nello specifico? Certo, in Scozia si vive bene, sereni. Se dovessi dare un consiglio ai miei colleghi, direi di fare le valigie e partire. Con tutte le regole e i vincoli che ci sono nel calcio di oggi in Italia, le serie minori sono morte da tempo. A 25 anni i giocatori sono considerati vecchi, finiti. Con che risultato poi? Ma viviamo in una crisi generale, ed il calcio è lo specchio di quello che accade nel nostro paese.  La Scozia alle spalle, biglietto di ritorno per l'Italia. . Manuel Pascali riallaccia gli scarpini, c’è un allenamento da sostenere, una maglia da sudare. Una fascia, da portare al braccio con onore. Con o senza kilt, l'italiano in Scozia adesso va di moda. Staff - Nino Caracciolo 
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