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Calciomercato Story: 1989 e 1999 - Caniggia all'Atalanta, i due assoli della rockstar del vento e del gol

| News calcio | Autore: Redazione

Capelli lunghi, biondi. Auto veloci e una certa somiglianza con Axl Rose, leader dei Guns'n'Roses. Claudio Caniggia è stato un calciatore che sembrava una rockstar. O forse il contrario. Talento, qualche eccesso e una vita fuori le righe (se così si può dire) e una classe senza precedenti. Dati alla mano, lui è tra i calciatori più veloci di sempre. Anche per questo si rifiutava di tagliare i lunghi capelli: non a caso lo chiamavano "El Hijo del Viento". Un soprannome che adorava: che senza la chioma galoppante durante le corse palla al piede temeva di perdere. Oggi la sua bella figlia Charlotte ha riportato il suo nome alla popolarità, ma non fu su un'isola di naufraghi dove l'argentino sbarcò nel 1988. Il Verona lo prelevò dal River Plate e lo portò sotto l'Arena. Una stagione in Serie A, quanto bastò a far sognare il presidente dell'Atalanta Bortolotti e il ds Vitali. Assieme al vicepresidente Ruggeri c'era la convinzione di aver dato a Mondonico una squadra competitiva oltre le migliori aspettative. Ferron tra i pali, Contratto, Bordin, Orlandini e naturalmente Stromberg. Serviva un attaccante: qualcuno con estro, magari un sudamericano. C'è era già il brasiliano Evair, ma non poteva bastare. Il presidente nerazzurro si innamorò di quel giovanotto coi capelli biondi. Pur senza fare sfracelli, a Verona aveva fatto vedere ottime cose. E poi c'era quel feeling con Maradona: un buon sentore. Un presagio positivo. Quel ragazzo argentino poteva disegnare una nuova storia. La sua fama di "discolo" lo aveva accompagnato anche in Italia. A Bergamo hanno sempre smentito, ma Caniggia venne "visionato" negli ultimi mesi a Verona anche fuori dal campo. Vita notturna sotto i riflettori. Un'abitudine che pare, restò anche nell'esperienza atalantina (con tanto di ispettori privati). Di certo ciò su cui non si doveva indagare era il suo estro in campo. Circa 4 miliardi ai gialloblu e un ingaggio decisamente oneroso a carico dell'Atalanta. Contratto quadriennale a scalare. Da 800 a 1,2 miliardi, bonus inclusi. Una cifra siderale per le casse bergamasche, ma imponente anche per l'epoca. Non ci fu bisogno di lunghe trattative o bracci di ferro: il suo manager, Settimio Aloisio, ottenne solo qualche ritocco qua e la in cambio di una clausola per eventuale un altro rinnovo triennale in base a presenze e gol. Fu un affare, perché Caniggia fece la storia: 26 gol in tre stagioni e 85 partite. E le sue folate bionde arricchirono la società, che lo cedette alla Roma per la cifra record di quasi 13 miliardi. Ma le grandi rockstar concedono sempre il bis. E dopo il ritorno in Argentina Caniggia fece una scelta di cuore: il suo concerto nerazzurro si chiuse con un'altra annata a Bergamo. Anno 1999. Con la scusa di un saluto ai vecchi amici fu preso e portato a via Pitentino, dove lo aspettavano il presidente Ruggeri, il team manager Befani e il direttore sportivo Mascetti. Voleva aiutare la sua squadra in Serie B, ci riuscì solo con l'entusiasmo che regalò ai tifosi che ritrovarono il proprio beniamino. Arrivò praticamente gratis, ma fu un'annata di sofferenza: la Serie B non è il palcoscenico adatto alle rockstar, ma oltre all'unico gol in campo Caniggia fece un altro regalo alla sua Atalanta: cessione al Dundee che portò altri soldi, e l'abbraccio fraterno di chi porterà per sempre la Dea nel cuore.
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