Il successo dell’Inter di Simone Inzaghi non arriva per caso. Mattone dopo mattone. Idee dopo idee. I nerazzurri hanno dominato la Serie A. E non solo guardando la classifica, ma anche – e soprattutto – sul piano del gioco. Con il trascorrere delle giornate, l’Inter riusciva a mostrare sempre qualcosa di diverso. Senza mai dimenticare la colonna portante delle proprie vittorie: l’ampiezza degli esterni. E tanto altro. L’ingresso di nuovi profili rispetto alla scorsa stagione ha aiutato, ma Inzaghi è riuscito a non snaturarsi. Seguendo il suo credo calcistico.
Fase offensiva o difensiva, l’Inter ha dimostrato di muoversi come un unico corpo. Studio, analisi e concentrazione: i tre ingredienti utilizzati da Inzaghi per elevare alla massima potenza la rosa a disposizione. Capacità di adattarsi ai vari momenti della partita: è questo che ha fatto la differenza. L’Inter non ha mai sofferto realmente l’avversario: come se conoscessero ogni mossa. Dominio: sì, anche questo è padroneggiare per tutti i 90′. Un’impenetrabilità che quasi sfiducia gli attaccanti dell’altra squadra.
Prima la fascia sinistra. Poi tutto il resto. Bastoni-Mkhitaryan-Dimarco. Inzaghi proprio non può farne a meno. È lì che si sviluppa il gioco dell’Inter. Dopo Calhanoglu – regista dei nerazzurri – è Bastoni a toccare più palloni. Media spaventosa di 75.2 a partita. Il turco 81.4. Se sulla corsia mancina nascono le idee offensive, sulla destra si punta l’attacco alla porta. Gli inserimenti di Barella e le sovrapposizioni di Dumfries o Darmian – più difensivo dell’olandese – creano problemi a chiunque. L’idea è sempre quella di andare da quinto a quinto. Altre volte anche da terzo a terzo, ma ne parliamo tra poco.
Proprio come un mazziere, Inzaghi ha dimostrato di potersi giocare più carte in zona offensiva. Una variante è Lautaro. L’argentino non ama solo accompagnare Thuram, ma anche legare il gioco come faceva un certo Higuain. E poi colpire. Quest’anno 26 volte in stagione. Numeri interessanti. Prima indossa la dieci, poi la nove quando deve mettere il timbro sulla partita. È ovunque. Parla la sua heatmap stagionale. Non è un caso che l’Inter sia la prima squadra a realizzare almeno una rete in ciascuna delle prime 31 gare in un singolo torneo di Serie A a girone unico.
E quando gli avversari bloccano le linee centrali, ecco che Thuram e Sommer – due volti nuovi – salgono in cattedra. Il francese allunga la squadra e lo svizzero lo serve in profondità. Avete presente l’importanza di Ederson nel Manchester City di Guardiola? La stessa dell’ex Bayern Monaco all’Inter. La media di palloni toccati parla chiaro: 38.8 a partita. Ederson – qualcuno in più – 41.1.
Se in attacco c’è più di una variante, la difesa non è da meno. Basti pensare come uno dei profili più importanti in zona gol – Dimarco – si abbassi per diventare terzino di una difesa a quattro. L’interno di sinistra si allarga. 4-4-2 – se proprio vogliamo parlare di numeri. Calhanoglu è una spina nel fianco per tutti i numeri dieci del campionato. Il motivo è semplice. In fase difensiva l’ex Milan si piazza nella terra di nessuno: tra difesa e centrocampo. Lì spunta fuori tutta la sua intelligenza tattica. E no: non solo quando è in possesso.
Indirizzare la palla verso l’esterno è il modus operandi dell’Inter. Per poi recuperarla e ripartire proprio grazie alla rapidità dei quinti. Chi ha un ruolo importante è Bastoni: fondamentale nel recupero di palla. Nei cinque grandi campionati europei l’Inter è la squadra che ha collezionato più clean sheet e meno gol subiti.
Miglior difesa in Serie A non a caso. Geometrie, idee e pressing asfissiante anche quando il pallone è dell’avversario. Ma c’erano pochi dubbi. Nel pre partita della sfida contro il Torino Inzaghi parlava così nonostante i risultati sorprendenti: “Stiamo lavorando tanto sull’organizzazione difensiva, sappiamo che stiamo facendo bene, ma dobbiamo migliorare ancora. Nell’ultima partita (vs Bologna, ndr) abbiamo concesso due gol chiaramente evitabili: dobbiamo migliorarci ogni giorno e continuare in questo modo, con tutta la squadra che partecipa alla fase di non possesso”.
Da quinto a quinto era diventato troppo semplice. L’Inter è riuscita a superarsi da terzo a terzo. È Il 9 marzo quando i nerazzurri superano il Bologna al Dall’Ara. Come nasce il gol? Bastoni – terzo di difesa – crossa per l’altro difensore Bisseck: colpo di testa e gol vittoria.
Senza dimenticare la rete di Thuram nel derby d’andata contro il Milan. Bella, bellissima. Ma è il modo in cui nasce che evidenzia quanto detto fino a ora. Recupero sulla fascia sinistra, la palla arriva a Lautaro che fa correre Dumfries: prima di alzarsi in piedi e applaudire il capolavoro dell’attaccante francese.
Studio, analisi e padronanza del gioco. Prima dietro la scrivania, poi in campo. L’Inter è questo, ma anche tanto altro. I successi, però, dimostrano quanto Inzaghi sia allenatore importante. Senza mai dimenticare «i colpi geniali» della dirigenza. Dentro Thuram, Carlos Augusto, Bisseck, Arnautovic, Sanchez, Pavard e Sommer. Chi più e chi meno: nessuno ha deluso le aspettative. Hanno tutti aggiunto quel pizzico di freschezza utile per poi (stra)vincere il campionato.
Serve sempre chi riesca a inserirli insieme: in questo Inzaghi è un maestro. Proprio come quando decise di sedersi sulla panchina della Lazio dopo il rifiuto del Loco Bielsa. Ricordare da dove si è partiti per sognare in grande. Il primo Scudetto di Simone Inzaghi è meritatissimo.
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