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Lautaro, gioia ed evoluzione puntando Milito

Espressione rabbiosa, mani sulle orecchie, sguardo rivolto verso il popolo in festa e qualche ‘vamos’ urlato a squarciagola. Il legame tra Lautaro Martínez e l’Inter, probabilmente si spiega così. Con l’esultanza liberatoria del Toro che, al 74’ dell’euro-derby di ritorno del 16 maggio, manda i suoi dritti in finale di Champions League dopo una prestazione tutto cuore e lo iscrive di diritto al club dei centenari in nerazzurro (sono 102 adesso le reti totali dell’argentino con l’Inter, media di una rete ogni 144’ tra tutte le competizioni).

 

 

28 gol stagionali, due trofei (Supercoppa e Coppa Italia, oltre al mondiale vinto con l’Argentina in Qatar) portati a casa col numero 10 sulla schiena. Ma cos’è che rende speciale il ragazzo di Bahia Blanca? E perché il nome di Diego Milito è indissolubilmente legato al suo percorso?

 

Da riserva a uomo-derby: l’ascesa di Lautaro

Il primo anno è stato tosto. Sapevo che mi sarei dovuto adattare, ma non che mi sarebbe costato così tanto. Dopo tre mesi già dicevo che volevo andare via, non ne volevo sapere più. A volte prendevo la macchina e andavo in giro da solo. Ero come un pazzo, Mauro Icardi mi ha dato una mano gigantesca e lo ringrazio sempre”. Le parole rilasciate a La Nación qualche anno fa raccontano un vero e proprio passaggio di consegne inatteso quanto dolce.

 

 

Luciano Spalletti, costretto giocoforza a rinunciare ad Icardi da un mese, butta dentro il rampante Lautaro che, sbarcato a San Siro in estate con la benedizione del Principe Milito, si prende la scena proprio nel derby di Milano. Zampata su rigore al 68’, personalità invidiabile, temperamento di fuoco ma professionale, I tifosi vanno in estasi, l’attaccante non delude. Questione di tempo, amore crescente nonostante le sirene spagnole (qualcuno ha detto Barça?) e di uno spirito adatto per le grandi partite (gli 8 gol e le 9 vittorie contro il Milan ne sono prova evidente, soprattutto se si fa riferimento alle recenti finali di Supercoppa e Coppa Italia).

 

Da Lukaku ad Inzaghi: questione di feeling

Capitolo decisamente a parte, lo merita il rapporto tra il ‘Toro’ e Romelu Lukaku. Una connessione unica, sia dentro che fuori dal campo. Sodalizio speciale capace di regalare all’Inter 31 reti complessive nell’annata 22-23 (settimo duo più prolifico d’Europa, migliore anche di Barcellona, Real Madrid e Liverpool), oltre a diversi titoli.  

 

 

Lautaro, inoltre, è diventato sempre più centrale negli anni. Prova evidente? Le 53 reti messe a segno fin negli ultimi due anni, segnati dalla partenza e ritorno di Lukaku. Risultato? Armonia totale con Simone Inzaghi, fascia di capitano guadagnata e ruolo di capopopolo ormai acquisito senza paura.

 

 

Sfida a Julián, nel nome di Diego

San Siro ma non solo. La crescita di Lautaro Martínez passa indiscutibilmente tra le mani di Lionel Scaloni. Che lo ha sempre sostenuto, anche dopo quel mondiale vinto senza mai graffiare (sono ben 21 i gol dell’argentino con la Scaloneta solo Messi ha fatto meglio segnando 37 volte).

 

 

La notte di Istanbul si avvicina, regalando al Toro un incrocio speciale: se dovesse vincere il confronto personale con Julián Alvarez, diverrebbe infatti il decimo giocatore (primo argentino) a vincere Champions e Coppa del Mondo a stretto giro. Unici a riuscirci in questo secolo? Roberto Carlos e Raphael Varane. Lautaro ci crede, il bottino del “maestro” Milito (arrivato a 30 realizzazioni nell’annata 2010, proprio dopo aver vinto a Madrid) è già nel mirino. L’appuntamento con la storia non è mai stato così invitante.

Damiano Tucci

Classe '97, catanese orgoglioso ma timido. Dopo aver capito di non poter mai emulare le rovesciate di CR7 o i gol da centrocampo di Mascara per cause di forza maggiore ho deciso di provare a tradurre in parola i sentimenti derivanti dal Gioco Più Bello Del Mondo. Lo sfondo della Champions League sul pc orienta l’orizzonte, le storie da raccontare nutrono l’anima. Il sogno? Vivere di adrenalina col microfono in mano. Senza mai un rimpianto.

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