Hauge (IMAGO)
I nerazzurri non riescono nella rimonta: agli ottavi ci andrà il Bodø Glimt. I norvegesi vincono 2-1 e passano il turno
2.300 i km che in linea d’aria dividono Bodo e Milano. 2.300 i km che descrivono la traiettoria di Jens Petter Hauge e ne colorano gli attimi più belli.
Perché sì, da una parte c’è la casa in cui prima è cresciuto e poi è tornato per affermarsi. Ma dall’altra c’è uno stadio che ha ammirato le sue qualità e l’ha fatto conoscere all’Europa intera. Lontano dalla Norvegia, il Meazza è il “suo” posto.
Per conoscere l’inizio della storia bisogna tornare a più di cinque anni fa. Al 24 settembre 2020 per la precisione. Cosa si giocava in quella data? Il terzo turno di qualificazione di Europa League tra Milan e Bodø Glimt. Ad avere la meglio furono i rossoneri, a sorprendere un ragazzino tutto fantasia e qualità: Jens Petter Hauge. Un assist e un gol. Non sufficiente per vincere, ma abbastanza per conquistare e convincere il club di Milano.
“Ricordo il caos del dopo gara, il ds che mi disse: ‘Jens, ti vogliono…’. Il telefonino si riempiva di messaggi e, poche ore dopo, ero un giocatore rossonero. ‘Jens, ti aspettiamo a Milanello…’, stavolta era Paolo Maldini in videochiamata al cellulare. Emozioni e sensazioni uniche, facevo fatica a capire cosa mi stesse accadendo…”, il racconto del classe ‘99 a La Gazzetta dello Sport. Anni dopo a San Siro ci è tornato. Una nuova maturità e un nuovo palcoscenico: la Champions League. Il risultato? Gol, vittoria e qualificazione agli ottavi. Il ragazzo è cresciuto.
Non c’è sempre stato il calcio nella sua vita. O meglio, non c’è stato solo quello. Da bambino si divideva tra lo scii, la pallamano, l’atletica, il futsal e il pallone. Inesauribile. Chissà se quel giovane che amava lo sport e la pesca pensava di poter diventare attore principale nello scrivere nuove e impensabili pagine della sua Norvegia. Probabilmente no, visto che “da bambino pensavo che, per me, sarebbe stato meglio nascere in Brasile, Spagna, Portogallo dove c’è una grande cultura calcistica. Ma ora sappiamo che anche dalla Norvegia puoi competere con i più forti, Erling (Haaland, ndr) ne è l’esempio”.
E al fianco dell’attaccante del City, nella schiera di esempi dei giovani norvegesi si è fatto largo anche lui, Hauge. Eroe in patria, e non solo. Un viaggio passato per l’Italia, il Belgio e la Germania. Poi è tornato a casa, lì dove era cresciuto, diventando immagine di un nuovo corso. Del suo Bodo e del suo Paese. Perché ora il sogno è di arrivare a essere protagonista con la propria nazionale, la Norvegia, e non con altre. E questo, forse, è il traguardo più grande di Jens Petter.
Thuram lascia il campo e percorre gli scalini che portano agli spogliatoi con la testa tra le mani è la rappresentazione del sentimento e delle idee di una squadra. Una squadra che l’anno scorso era stata capace di disegnarci un percorso che l’aveva portata fino alla finale di Monaco e di compiere imprese come quelle contro il Bayern e il Barcellona. A pochi mesi di distanza, invece, l’eliminazione arriva nei playoff.
A essere decisivi due fattori: il mancato piazzamento durante la fase a gironi nelle prime 8, che avrebbe assicurato il passaggio diretto agli ottavi prima. Una gara di andata che quasi ipotecato il finale del ritorno, dopo. Tanti i tentativi per provare a superare il muro giallo del Bodo. A sentire prima sono però i norvegesi. A San Siro restano solo amarezza e rammarico per ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto essere.
E restano i tifosi norvegesi che insieme ai loro giocatori festeggiano una qualificazione storica. La Norvegia costa cara all’Italia, una volta ancora
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