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“Il mio sogno l’ho realizzato con i nerazzurri, ma è durato troppo poco…”. Inter-Crotone, la gara speciale di Felice Natalino

Inter-Crotone, partita speciale per Felice Natalino. Album dei ricordi in mano, foto che parlano di un ragazzino calabrese che rincorre un sogno in maglia rossoblù, tra mille sacrifici, e lo realizza a Milano. Nel 2008 la grande chiamata, la squadra del cuore lo sceglie per il suo settore giovanile, ma il finale non è a lieto fine… La storia parla comunque di orgoglio, speranza di emergere, testardaggine e voglia di vivere, specchio del carattere calabrese. Come sta oggi Felice Natalino? “Bene dai, non posso lamentarmi” – attacca l’ex difensore nerazzurro ai microfoni di GianlucaDiMarzio.com – “Sto facendo l’osservatore per il sud, qui da Lamezia e sta andando abbastanza bene, è una passione e in più mi diverto”. A distanza di 5 anni come ti definiresti, sfortunato o fortunato per come è andata? “Un po’ tutto e due, perché non vedo il bicchiere né mezzo pieno né mezzo vuoto. Se è vero che ho rischiato molto ero comunque arrivato al massimo livello, serie A e Champions, il rammarico rimane. Però la salute è la cosa più importante quindi alla fine bene così: sono felice”.

Mai venuta la tentazione di rinfilarti gli scarpini? “Assolutamente sì, anche perché qui a Lamezia ho la mia scuola calcio e ogni tanto mi viene la tentazione di giocare con i ragazzi. La mia partitella con gli amici, con le dovute precauzioni, la faccio comunque. Non è certamente la stessa cosa… Però in qualche modo il mio sogno l’ho realizzato. Sono sempre stato interista e ho avuto la possibilità di giocare con un paio di idoli come Javier Zanetti. Il mio modello è sempre stato il capitano anche perché ruolo e duttilità tattica ci accomunavano. Poi mi sono sempre piaciuti tantissimo Walter Samuel e Maicon, che in quel periodo erano il top a livello mondiale”.

Primo ricordo con un pallone tra i piedi? “Ero piccolissimo, me lo racconta sempre mio padre. Ero in casa, giocavo nell’andito, le porte di casa si trasformavano in quelle del campo a undici. Qualche vaso l’ho rotto, prima di aggiustare la mira (ride). Poi entrai nel settore giovanile del Crotone. Sacrifici? Tantissimi e penso che siano fondamentali perché ti fanno capire da subito che se vuoi arrivare te la devi guadagnare. Prima dell’Inter facevo tutti i giorni la Lamezia Terme-Crotone per allenarmi con i rossoblù: cento chilometri all’andata e cento al ritorno. Dopo la scuola un panino al volo e via in macchina con mio padre, che non potrò mai smettere di ringraziare. Sacrificava le sue ore libere dal lavoro per me”.

Poi la chiamata tanto attesa: “Ho fatto questa vita per tre anni prima di essere convocato in Nazionale: dopo mi prese l’Inter. Anche a Milano i sacrifici non sono mancati. Vivere in convitto lontano dalle proprie famiglie all’inizio è veramente dura, si può rientrare ogni 2-3 mesi a casa. Poi però una volta che scali le varie categorie e ti avvicini alla prima squadra diventa tutto più semplice. Ancora ricordo l’esordio con il Parma, partita molto tirata: eravamo 2 a 2. Poi facemmo il gol del 3 a 2 e la partita finì 5 a 2. A metà tempo Rafael Benitez si avvicinò e mi disse quelle quattro parole magiche: “Natalino, vatti a riscaldare”. Emozioni forti, da una parte un po’ di “fifa” da debutto, dall’altra finalmente stai per vivere il momento aspettato da anni. Devi avere la testa per capire che è arrivato il tuo momento e la voglia di non sbagliare deve prevalere sulla paura di non risultare all’altezza”.

Nel 2012 la triste scoperta: come l’hai presa all’inizio? “Non l’ho saputo di colpo quindi diciamo che mi ero preparato perché mi bloccarono alle visite mediche e poi iniziai a fare diversi accertamenti. E’ stato un calvario di circa un anno tra studi elettrofisiologici, prove sotto sforzo ecc… Diciamo che piano piano ho iniziato a capire che non avrei più potuto giocare, anche se non ero mai stato male fino a quel 2012. Nel 2013 ho avuto la mia prima crisi: dal maggio al febbraio dell’anno dopo sono stato fermo a fare controlli. Ringraziamenti? A tutti. Ai medici in primis che mi hanno salvato la vita e all’Inter che mi ha sempre sostenuto e adesso mi ha dato questa grande opportunità di ricominciare. Ringrazio Ausilio e tutte le persone dello staff che mi hanno voluto veramente bene. Sono il più giovane di tutti che fa questo mestiere: credono in me e sono contentissimo di questo”.

Il messaggio che ricordi con più piacere? “E’ successa una cosa particolare. Misi io un messaggio su twitter con la foto insieme a Samuel Eto’o, senza pensare alle conseguenze. Dopo è successo un macello, tantissime chiamate, tra le quali quella del direttore che mi chiedeva spiegazioni. Sapevo che non potevo più giocare, era inutile nascondersi, e quel messaggio è nato così, spontaneo. Dopo sono arrivati tantissimi incoraggiamenti, tutti mi hanno ricoperto di affetto, compagni, avversari, amici, sconosciuti: è stato bellissimo”. Quali tra le giovani promesse ti piacciono di più? “Per fortuna sono tante, non solo nell’Inter ma in tutte le società e bisogna dargli fiducia. In Italia il talento c’è, poi dopo manca altro. Alcuni ragazzi sono quasi pronti, altri vanno seguiti e sostenuti. L’Inter penso che sia da esempio perché ha sempre sfornato tanti talenti, poi penso all’Atalanta: sono modelli da seguire”.

Hai mai pensato a cosa sarebbe potuto accadere senza l’aritmia asintomatica? “Certamente sì. Ho 25 anni e a quest’ora sarei al top della forma e ogni tanto sogno anche ad occhi aperti. Scene con la maglia dell’Inter, magari in Champions, a giocare contro i grandi campioni e nei grandi ‘teatri’ del calcio. Adesso al futuro chiedo la serenità, la salute e la possibilità di ricambiare l’Inter per tutto quello che ha fatto per me”.

Francesco Caruso

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