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I valori, la forza e il non piangere mai: questo è Pjaca, pronto a rinascere con lo Schalke 04. E si parte subito col gol

Da piccolo giocava ovunque. Pallone dappertutto. Vasi rotti, finestre colpite e ovviamente tanti gol. In tutti i modi: parola della signora Visnja, la mamma di Marco Pjaca. Storia di un ragazzo predestinato. Ma sfortunato, ultimamente. Perché quei colori bianconeri, all’inizio simbolo di un sogno, si sono trasformati in buio. Assenza. Tribuna sì, campo poco. Colpa dell’infiammazione al perone prima e l’infortunio al crociato in Nazionale poi. In una parola: disagio. Fino all’inverno, un gennaio che vede la rinascita come metafora. Con lo Schalke 04 che prontamente bussa alle porte di Vinovo: trattativa impostata, obiettivi fissati e via con la firma. Si fa. “Sono qui per giocare e aiutare la squadra, e dopo penserò al Mondiale. Ho parlato a lungo con Howedes che mi ha detto molto sullo Schalke e mi ha detto che sarei dovuto venire qui. Per ora l’operazione è fino a giugno, ma ne riparleremo ancora”. E come cominciare se non con un gol? Detto, fatto.

Pjaca c’è

Resistere agli urti del pallone, sì. Marko non vuole più fermarsi. Intanto le ultime ore, quelle colorate col gol nella prima amichevole del 2018 contro il Genk: il croato di proprietà della Juve ha subito stupito realizzando il gol dell’1-0 che ha deciso il match. Mica male, no? Ecco il video del gol:

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Infanzia con la testa sulle spalle. Dalle sue parti Marko era davvero un modello: studente preciso nel completare il suo percorso, ovvero uno dei pochi a finire il liceo. Postilla: a casa, alla TV, il ragazzo guardava spesso le partite della Juve. Già, destino, Carattere da buono, spesso silenzioso, ma tanto responsabile. Pulito. E che calore quando l’anno scorso arrivò a Torino: via col Pjaca day. Quel bambino, “che quando facevano le partitelle tutti lo volevano in squadra“, finalmente in bianconero. Sogno. Poi le poche partite, i dolori e la partenza. Nel segno di un’altra Italia, quella di Tedesco, forse l’allenatore perfetto per valorizzare un giovane come lui.

Rialzandosi e con un forte desiderio di stupire. Una roccia. Forgiato dalla scritta che campeggiava nel centro dello Zet, la squadra operaia della sua gioventù: “Il vincitore ha sempre un piano, il perdente sempre una scusa“. Fino all’Academy della Dinamo, dove si dice non piangesse mai. Anche quando le cose andavano per il peggio. Merito di una mamma nazionale di judo e il padre di lotta. Questione di valori. E di rinascita, quella di Pjaca allo Schalke 04. Insomma, buon 2018 Marko.

Redazione

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