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Halilovic, ex baby prodigio che vuole diventare grande al Milan

Talento cristallino e carattere fragile. Croato, genio intermittente e faccia da bambino. Quella di chi ha perso, finora, l’aereo per una carriera da superstar, smarrendosi fra Spagna e Germania.

Alen Halilovic, primo acquisto del Milan, ha 22 anni e già una storia di salite e cadute. Un incrocio visivo, tecnico e psicologico fra Modric, Kovacic e Macaulay Culkin: giocate sopraffine alternate alla sensazione di non riuscire a essere all’altezza delle aspettative giovanili.

Perché qualche anno fa mezza Europa era pronta a mettere la mano sul fuoco su di lui. Trequartista mancino, 169 centimetri di tecnica forgiata nel laboratorio della Dinamo Zagabria.

Là dentro ha bruciato le tappe e infranto diversi record di precocità. Nell’autunno del 2012 è stato il più giovane esordiente del campionato croato: esordio contro l’Hajduk Spalato a 16 anni e 106 giorni.

La sua prima rete arriva una settimana dopo, contro lo Slaven Belupo. Ovviamente un primato. Ha già i grandi club su di lui. Compreso il Milan, che aveva già provato un colpaccio lungimirante nel 2010. La Dinamo aspetta e si gode quella che sembra l’inizio di una scalata inarrestabile. Nei mesi successivi arrivano anche il più precoce esordio nella nazionale croata – giugno 2013 contro il Portogallo – e il debutto in Champions contro il PSG. Entra al posto di Kovacic. È una delle ultime apparizioni di Mateo con la maglia della Dinamo. Pare una staffetta fra due talenti destinati a lasciare il segno, ma entrambi troveranno rallentamenti sull’autostrada per il successo.

Per un paio di stagioni, Alen, figlio di Sejad, centrocampista di spessore negli anni ’90 fra Turchia, Spagna e Croazia, fa stropicciare gli occhi e immaginare pupille con gli euro stampati ai dirigenti della Dinamo. Halilovic, ancora minorenne, viene conteso fra Tottenham e Barcellona. Gli inglesi sembrano favoriti, ma il padre preferisce la Catalogna e lì si trasferisce Alen. Cinque milioni di euro allo Zagabria, inizio di una nuova avventura e di paragoni incauti. Qualcuno azzarda accostamenti a Messi, abbagliato da un mancino fatato e da una tendenza naturale al dribbling.

Forse in quel momento, inizia la sua parabola discendente. Gioca una stagione con la squadra B dei blaugrana: 30 presenze, 4 gol e un impatto complesso con un calcio più fisico.

Las Palmas, tentativo di rigenerazione. Fallito, perché un infortunio alla caviglia lo tiene a lungo lontano dal campo, mentre la squadra scivola inesorabilmente verso la retrocessione. Come l’Amburgo, che ora cerca una destinazione per il ragazzo che bruciava le tappe e ora guarda le cicatrici.

Forse nel Milan, fra le urla di Gattuso e la spinta di San Siro, ritroverà il filo. E quel sinistro incantato, che i rossoneri avevano già scoperto nel 2010.

Claudio Giambene

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