Robin Gosens, giocatore della Fiorentina - Imago
“Come stai?”.
Fermo. Prova a pensarci. A pensarci davvero. No, è vero. Non è una domanda così scontata.
Non lo è perché spesso dietro a quelle due semplici parole si nascondono mondi, storie di vita, malesseri e disagi.
Perché è una domanda che, se affrontata nel suo significato vero e puro, costringe chi risponde a una riflessione. A una riflessione su chi si è e su come si sta. Costringe a esporsi e aprirsi. Costringe ad accettare e ad accettarsi, nelle proprie paure, difficoltà, paranoie.
E sì, a volte rispondere con sincerità diventa impegnativo. Per timore di dover fare i conti con qualcosa che ci spaventa e, forse soprattutto, per quella velata sensazione di essere soli, senza una vera possibilità di essere capiti. “Sono diverso, ho un problema”.
Ed è per questo che spesso ci viene più facile nascondersi dietro a un semplice “tutto bene”. Perché a volte lo star male non è concesso. Ancor di più se nella vita fai il calciatore e la legge da seguire è quella della performance. Ti vogliono così. Devi essere una macchina perfetta, rispondere a una certa immagine, valere un investimento. Devi, devi, devi. Un mondo che non è educato. Educato all’attenzione verso la salute mentale dei suoi attori.
E no, non è scontato che un giocatore parli di salute mentale e abbia la sensibilità e la maturità emotiva per farlo. Robin Gosens l’ha fatto. Prima in alcune interviste, poi con la creazione di un podcast. Un’idea nata da una domanda. Sì, quella domanda. Come stai?
“Nel mio podcast proviamo a rispondere in modo più profondo a questa domanda. Ognuno ha le sue difficoltà. Ognuno ha dei periodi dove le cose non girano, dove ci si sente un po‘ giù. E ognuno qualche volta soffre, perché non vede la soluzione per uscire da una situazione. In quei momenti abbiamo bisogno magari di una mano da un altro. Ma questa arriverà solo se si parla”, il messaggio dell’esterno viola sotto il suo post. Quella di Gosens è a tratti una rivoluzione. Una rivoluzione nel segno della sensibilità. Il suo è un invito a cambiare prospettiva, nel e fuori dal calcio.
Una prospettiva senza confini predefiniti, in cui lo star male venga inteso come una condizione propria degli esseri umani, calciatori compresi. Perché forse, a volte, la condizione privilegiata non offre soluzione ai problemi, ma ne è la causa. Aspettative disattese, lontananza da casa, infortuni, problemi personali. Perché non puoi staccare il cammino del calciatore da quello dell’essere umano. Il calciatore è anche, e soprattutto, essere umano. Un corpo, una mente, una vita.
Depressione, solitudine, inadeguatezza, buio. I pensieri riempiono la mente. Non si fermano, si legano uno all’altro. L’equilibrio diventa precario, la vita perde parte del suo senso. Vorresti chiedere aiuto, ma non riesci. Ed è in questo tracciato che si innesta il progetto di Gosens. Normalizzare il malessere, spostare l’attenzione sulla salute mentale, tutelare l’essere umano. Accettare per accettarsi. Comprendere che non stare bene è umano, a volte giusto.
Iniesta, Ilicic, Davies, Ronaldo il Fenomeno. Tanti i giocatori che hanno dichiarato le loro difficoltà psicologiche. Molti quelli che non hanno avuto la possibilità di farlo. Per mancanza di sostegno, per un ambiente non ancora pronto. Ecco perché parlarne può essere utile. Ecco perché viverlo può fare meno paura. Non si è soli, non si è diversi. Si può chiedere aiuto. Ecco perché quel “come stai?” non è una domanda scontata.
E tu, come stai?
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