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​Giornata della Memoria: “Il calcio è stato il luogo in cui Olocausto e vita quotidiana si sono incontrati”

Stella di David cucita sulla maglia, braccio destro verso l’alto, saluto nazista. E quelle partite in cui gli ebrei si giocarono tutto. Oggi è la Giornata della Memoria e anche il calcio, a suo modo, ebbe a che fare con la Shoah. Hitler e Mussolini capirono in fretta la potenza persuasiva di uno sport che più degli altri andava radicalizzandosi. Per questo lo trasformarono in uno dei tanti strumenti di azione politica.

Simon Kuper, lo storico dello sport autore tra tanti testi di “Ajax, la squadra del ghetto”, scrisse: “Il calcio è stato il luogo in cui Olocausto e vita quotidiana si sono incontrati”. Per comprenderne il senso è sufficiente pensare ai documenti recuperati da Kuper negli archivi dello Sparta Rotterdam: lettere con cui l’Ajax comunicò ai soci ebrei che, in virtù delle nuove leggi, il loro tesseramento sarebbe decaduto. Escludere gli ebrei dalle manifestazioni sportive (quanto di più quotidiano e normale avvenga in una società) era una conseguenza logica e inevitabile del processo innescato dalla Germania. Gli stessi calciatori ebrei dello Sparta, traditi dai compagni filonazisti, furono consegnati alle SS.

Molti esponenti del mondo del calcio furono segnati da prigionie e deportazioni: l’ala destra dell’Ajax Eddie Hamel morì ad Auschwitz insieme ai suoi tifosi il 30 aprile del ’43; stessa sorte per Han Hollander, radiocronista olandese, e Julius Hirsch, primo calciatore tedesco ebreo a vestire la maglia della Nazionale. E ancora Kurt Landauer, presidente di quel Bayern Monaco che Hitler si affrettò a rinominare Judenklub, fu imprigionato a Dachau. Anche in Italia non mancarono i perseguitati: ad Auschwitz, nel gennaio ’44, morì di stenti Arpad Weisz, l’allenatore ungherese che vinse uno scudetto con l’Ambrosiana e due col Bologna. Pochi giorni prima l’avevano preceduto la moglie e i suoi bambini, soffocati in una camera a gas.

Tante le vittime tra gli sportivi, ma il calcio rimase comunque un luogo dove il pallone correva sull’erba, quasi indisturbato, perché strumento fondamentale per far affievolire le coscienze. Diminuivano giorno dopo giorno la percezione e il sospetto verso quei luoghi non lontani dalla vita cittadina. Così, mentre nei campi si annientavano i rami malati della società, che impedivano alla Germania di rifiorire über Alles, fuori si somministrava il calcio, incredibile ed efficacissimo anestetico.

Non si può rimediare ai 6 milioni di morti che fecero Nazismo e Fascismo nell’indifferenza di tutti; ma il 27 gennaio è il giorno dedicato al loro ricordo. E anche il calcio, in questo, ha un obbligo: quello di esporsi in prima persona e farsi veicolo di quei valori che, realmente, nobilitano l’uomo, lo rendono libero e ne preservano la dignità.

Redazione

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