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Salvatore Damires, magazziniere napoletano del Genk: “Ma non dimentico casa”

71 anni compiuti, gli ultimi 25 a seguire ogni giorno i giovani di uno dei vivai più floridi d’Europa. Non proprio una vita ordinaria per un napoletano come Salvatore Damires, che cinquant’anni fa lasciava Fuorigrotta – “Ma chi se la scorderà mai casa mia…” – per viaggiare verso il Belgio. “Avevo appena finito il periodo di leva, non volevo restare a Napoli così seguii mio fratello maggiore che era già qui da tre mesi”.

Genk diventerà la sua Napoli, il Genk sarà il suo Napoli. “Ma non parte da qui la mia storia, ci sono arrivato partendo da lontano”. Prima, infatti, c’erano state le miniere, passaggio obbligato per ogni emigrante di Genk, una frazione che conta oggi 50mila anime. “La miniera è stata la prima cosa che ho visto quando sono arrivato, ma ci sono rimasto solo un giorno: non ce la facevo a lavorare laggiù, non volevo vivere lì la mia vita”.

Dopo il primo forte impatto, la vita di Salvatore si è spostata in fabbrica. “Genk è famosa per due cose oltre la squadra di calcio: le miniere e la Ford, così quando ho capito che le prime non facevano per me ho optato per la seconda opzione”. Una vita in fabbrica, vent’anni passati nello stesso posto. E in vent’anni la creazione di una intera famiglia. “Piano piano anche gli altri miei fratelli si sono spostati qui a Genk o nelle vicinanze, ora siamo in sei. Ho conosciuto mia moglie che è di qui perché ero un bravo ballerino, oggi ho figli e nipoti. Due di loro erano anche bravi calciatori, sono arrivati a rappresentare il Belgio dei giovani, è stato un orgoglio”.

Il calcio, dunque, è tornato prepotente nella vita di Salvatore. “Una volta finito il mio lavoro in fabbrica, mi arriva una telefonata: ‘Vuoi lavorare come magazziniere per le giovanili?’ mi hanno proposto. Non ci ho pensato due volte: ho sempre amato il calcio, loro oggi amano me. È un amore corrisposto”. Tra i giovani Salvatore si sente giovane come una volta. E quanti ne ha visti passare di talenti. “Ho conosciuto tutti quelli che oggi sono grandi calciatori. De Bruyne era un tipo scontroso, è rimasto con noi fino ai 20 anni ma che talento che aveva. Ho conosciuto Courtois, un gran ragazzo che ancora oggi si ricorda di me con affetto, poi c’erano Origi, anche Koulibaly e Milinkovic-Savic, che però sono stati comprati da ragazzini. Il migliore di loro? Forse Praet: quando aveva 7-8 anni era un piccolo fenomeno, giocava da solo e da solo vinceva i tornei. Era un diavolo quando entrava in campo”.

Un cuore diviso a metà, dunque, quando in città arriva il Napoli. “Devo dire la verità? Speravo proprio che il Genk potesse pareggiare. Il Napoli è forte e si rialzerà, passerà sicuramente il turno Champions, è una grande squadra. A noi, invece, un punto basta per essere tutti felici. In ogni caso non vedo l’ora di tornare a Napoli per la gara di ritorno”. Gli occhi si illuminano appena torna a parlare di quella che una volta era casa. “Prima del match i ragazzi della Primavera mi hanno regalato una maglia azzurra. La voglio far firmare da tutti e la indosserò quando verrò a Napoli”.

Di Gennaro Arpaia

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Redazione

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