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Fiorentina, Sanchez: “Io difensore? Non c’è problema, da piccolo ho fatto anche il portiere…”

Il “sosia” di Cuadrado alla conquista di Firenze. In realtà, a parte il taglio di capelli, l’esterno offensivo della Juventus e Carlos Sanchez hanno poco in comune. Ma è stato proprio Cuadrado a convincere l’amico Sanchez a scegliere la Fiorentina:

“Mi ha suggerito di andare a Firenze e mi ha anche insegnato l’italiano” – si legge nelle pagine del Corriere dello Sport – “Io, di solito, ai compagni di Nazionale, insegno francese e inglese. Cudrado è l’imprevedibilità messa in campo. Murillo? E’ il futuro del calcio, oltre ad essere un grande amico. Bacca è uno che non si accontenta mai, punta sempre in alto e Muriel è la qualità fatta a persona. Tocca a lui, adesso, fare il passo decisivo per diventare il nuovo crack. Alla nostra Nazionale manca l’ultimo step, dobbiamo lavorare sulla concentrazione. Purtroppo, alterniamo partite in cui veniamo celebrati come eroi ad altre in cui non riusciamo ad esprimerci al meglio. E’ su questo che Peckerman sta lavorando”.

Il riscatto partirà obbligatoriamente tra poche partite, ma Carlos vuole meritarlo con le prestazioni: “Per restare voglio meritarmelo, fare bene, non ho mai contato il numero di partite che mancano al riscatto. Ruolo? Da piccolo ho giocato anche come portiere. In passato, all’Aston Villa, avevo già fatto il difensore, ma mai dal primo minuto. Direi che me la sono cavatabene, mi sono sentito “comodo”. Quando sei in mezzo al campo devi avere due occhi davanti, per vedere come far ripartire l’azione, e due dietro. Abbassarsi di una linea significa dover guardare quello che succede di fronte a te stando attento a non commettere il minimo errore, perché lì non hai paracadute. Cambia la responsabilità che uno ha sulle spalle. Insigne? Contro calciatori di altissima qualità è sempre faticoso, oltre che pericoloso, perché con una giocata possono cambiare il destino di una gara. Ho cercato di essere concentrato sul pallone e su di lui”.

L’amore per Firenze è scattato subito: “Abbiamo perso contro il Napoli, ma questo non cambia nulla: la nostra mentalità è quella mostrata fino ad ora e dobbiamo farla prevalere sempre di più. Adesso siamo noi a dover dettare il ritmo, dobbiamo fare come la Juve, concentrati per vincere. I tifosi, per noi, sono decisivi. Fanno parte della squadra, sono il giocatore numero 12 e non è un modo di dire. Firenze e la Fiorentina mi piacciono e dico questo già da tempo. Mi trovo bene io e si trova a suo agio la mia famiglia. Per questo voglio restare. So che il mio riscatto dipende dalle volte in cui scendo in campo, ma io sono concentrato sul lavoro. Devo fare quanto di meglio, perché io voglio rimanere qui. Per me, però, l’unica cosa che conta è che la squadra vinca. La Serie A è diversa rispetto a tutti gli altri campionati, è una questione di mentalità. L’Italia è molto più simile alla mia cultura. La squadra che gioca il calcio più bello? Il Napoli. Ha un’idea di calcio precisa e la sviluppa molto bene”.

Italia, Colombia e stereotipi: “L’Italia è anche la patria della storia. La Colombia ha voltato pagina, non è più solo Escobar. Stiamo lavorando tutti per restituire una fotografia diversa della nostra terra. E noi sportivi abbiamo il ruolo più importante: siamo gli ambasciatori di questa nuova cultura. E’ la sfida che dobbiamo cercare di vincere. In Colombia è difficilissimo arrivare ad essere uno sportivo professionista. Non ci sono infrastrutture ed il denaro, spesso, viene investito altrove. Noi che ce l’abbiamo fatta possiamo restituire un’immagine diversa della nostra patria”. Idolo? Un “maestro” della linea mediana di qualche stagione fa: “Makelele. L’ho seguito quando giocava nel Real Madrid, era fondamentale, pur stando sempre lontano dai riflettori”.

Redazione

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