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#EuroStorie, Italia 1968: la prima cosa bella

 Strano anno, il Sessantotto. Dodici mesi ricchi di avvenimenti. Contestazioni studentesche, rivolte operaie, lotte per i diritti civili. Non manca niente, nel 1968. E’ anche l’anno di tante prime volte. Le donne alzano la testa e rivendicano la loro uguaglianza, mentre a Praga si dà vita ad un inedito tentativo di riforma di un Regime comunista, che verrà soffocato nel sangue. Anche nel calcio non mancano le novità. Sergio Campana fonda l’Associazione Calciatori, mentre per l’Italia è il turno di esordire all’Europeo come paese organizzatore. Non sarà l’unica “prima volta” del torneo.

5 giugno, stadio “San Paolo”. Napoli ha portato fortuna alla Nazionale, che nell’ultimo turno eliminatorio prima della fase finale ha battuto la Bulgaria 2-0 proprio all’ombra del Vesuvio. La Nazionale torna a Fuorigrotta per la semifinale, con un altro ostacolo ingombrante da superare. L’URSS è vicecampione d’Europa e ha vinto il titolo nel 1960. La formazione sovietica è solida e in contropiede fa paura. L’Italia perde subito Rivera, ma le sostituzioni non sono ancora ammesse. Gli azzurri, in dieci, non arretrano e vanno vicini al vantaggio con Prati. Nei supplementari, Domenghini ha la palla per vincere l’incontro. Il palo spegne le speranze italiane, l’incontro finisce pari. E ora? Anche i rigori, come i cambi a partita in corso, non sono stati “inventati”. Serve una monetina. Sì, proprio come quando si sceglie il campo prima del match. Un lancio deciderà la finalista dell’Europeo. Sarà la prima ed unica volta, sia nel torneo continentale che ai Mondiali.

Va Giacinto? Allora possiamo stare tranquilli”. Burgnich e Mazzola rassicurano i compagni. Facchetti è un tipo fortunato. All’Inter, quando c’è una lotteria o un sorteggio, la sorte lo premia quasi sempre. Ecco perché gli Azzurri, sperano nel loro capitano, rientrato negli spogliatoi insieme al capitano sovietico Shesternev e all’arbitro tedesco Tschenscher. Le squadre, invece, restano sul campo in attesa del verdetto. Facchetti sceglie testa. Le voci di corridoio parlano di una monetina rimasta in bilico per diversi secondi. Altre fonti parlano di una medaglia “a due teste” usata dal direttore di gara. Queste, però, sono leggende. La storia dice solo una cosa. Dal tunnel del “San Paolo” esce Facchetti con le braccia al cielo. L’Italia è in finale agli Europei. Anche questa è una novità assoluta.

8 giugno, stadio “Olimpico”. Trent’anni dopo il Mondiale vinto a Parigi, la Nazionale torna a giocare una finale. La Jugoslavia attende gli azzurri. Il biglietto da visita degli avversari? Le eliminazioni di Germania Ovest e Inghilterra, finaliste della Coppa del Mondo 1966. Valcareggi spiazza tutti con le sue scelte. Anastasi e Lodetti in campo, Mazzola e De Sisti in tribuna. “Volevo andar via dal ritiro”, racconterà in seguito la bandiera dell’Inter, “ma intervennero Burgnich e Ferrini, il capitano del Torino. Mi chiusero a chiave in camera mia. Qualche ora dopo ero sugli spalti, a fare il tifo per i miei compagni”. Sembrano avere ragione gli assenti, perché l’Italia è in bambola per almeno sessanta minuti. Gli slavi dominano, Zoff resiste fino al 39’. Su un cross dalla destra, Dzajic anticipa tutti e firma l’1-0. L’Olimpico è in silenzio, la coppa sembra diretta verso Belgrado. A dieci minuti dalla fine, però, la squadra di Valcareggi conquista una punizione dal limite. Domenghini calcia fortissimo, quasi rasoterra. La palla passa fra le gambe di un giocatore in barriera. Una questione di centimetri, pochissimi. Bastano però a regalare l’1-1 agli azzurri. Il risultato non cambia più, anche dopo i tempi supplementari. Monetina? No, la squadra campione non può essere scelta dalla sorte. Il regolamento parla chiaro. Ancora una volta, è una “prima e unica” volta. Bisogna rigiocare la finale per decidere chi alzerà il trofeo.

10 giugno, ancora l’Olimpico, ancora Italia-Jugoslavia. Mitic, l’allenatore slavo, punta sui fedelissimi ed effettua solo un cambio nella propria formazione. Valcareggi, invece, sa di avere grandi risorse fra chi non è sceso in campo quarantotto ore prima. Stavolta Mazzola è in campo, come De Sisti. Ma soprattutto, all’ala sinistra, c’è forse il più grande “bomber” italiano di sempre. Pierino Prati è reduce da un grande campionato col Milan, ma la storia deve scriverla qualcun’altro. Luigi Riva da Leggiuno, detto Gigi. “Rombo di Tuono”, per Brera. Un concentrato di potenza, tecnica e abilità che farà grande il Cagliari. In quella sera romana, però, Riva si concentra sull’azzurro. E’ il 12’ del primo tempo. Domenghini calcia da fuori area. Il sinistro non è pericoloso, ma c’è Riva sulla traiettoria. Il suo sinistro è una sentenza, come sempre. La Jugoslavia, a corto di energie, non reagisce. Gli azzurri, invece, sono incontenibili. Ad un quarto d’ora dalla fine del primo tempo, De Sisti serve Anastasi al limite dell’area. L’attaccante catanese firma il gol più bello della sua carriera. Stop spalle alla porta, pallone che si alza, mezza girata di collo pieno e il 2-0 è servito. L’Italia controllerà l’incontro sino alla fine. Lo spettacolo vero, nella ripresa, lo creano i 50.000 dell’Olimpico. C’è qualche vuoto in più rispetto alla prima finale, ma non se ne accorge nessuno. Cento, mille, diecimila fiaccole vengono accese sugli spalti. Oggi sarebbe impensabile, ma gli ultimi minuti dell’incontro vengono giocati in uno stadio illuminato dalle fiamme dei tifosi azzurri. Giacinto Facchetti alza il trofeo, per la Nazionale azzurra è la “prima cosa bella” in Europa. In attesa di un bis.

 

Redazione

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