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Donne Nel Pallone, l’arrivederci dell’eterno fenomeno Nadine Kessler

Era il 21 settembre del 2014 quando Nadine Kessler, centrocampista e capitano del Wolfsburg e della Germania, calciatrice strepitosa che a gennaio, sempre nel 2014, era stata premiata con il FIFA World Player (il Pallone d’Oro femminile), a Zurigo, commuovendo tra l’altro il mondo con la sua dedica a Junior Malanda, giovane calciatore del Wolfsburg scomparso con un incidente stradale pochi giorni prima della cerimonia del FIFA Ballon d’Or, ha dovuto togliere gli scarpini dopo gravi problemi al ginocchio. È stato un momento triste per tanti. Anzi, tantissimi. Tedeschi e non. Perché giocatrici come lei, credeteci, non le trovi tutti i giorni. Magari, non ce lo auguriamo, ma passeranno tantissimi altri anni prima che nasca un’altra Kessler. Una guerriera buona. Dal cuore enorme. In campo, e fuori.

Dal Saarbrücken, passando per il Turbine Potsdam, fino al Wolfsburg. Il team che l’ha consacrata. Sulle spalle il numero 8, spesso è capitato anche il 13. Il 26. Tutti indossati benissimo. Con quel fisico statuario. Bello, come il suo sorriso. E quello sguardo, carico di personalità, di carisma, proprio di chi vuole vincere ad ogni costo. Di chi ha voglia di lasciare il segno, perché dentro ha qualcosa di grande. Di straordinariamente immenso. E lo trasmette con naturalezza, come solo una campionessa sa fare. Occhi sempre concentrati, fissi, mai persi. Nemmeno per sognare. Alla Kessler piaceva la realtà, e l’ha saputa vivere bene. Faceva parlare il campo, e con quei piedi la voce che ne veniva fuori era fortissima. Destro e sinistro, senza distinzione. Potenza indescrivibile, a centrocampo comandava lei. Anche oltre. Solo lei. Vedere per credere. Tutti su You Tube. Meravigliosi erano anche i suoi dribbling, le sue finte, e i colpi di testa. Questi ultimi erano il suo forte. Saltava con convinzione, le prendeva tutte, o almeno quasi. La rete la gonfiava, e quante volte ha rischiato di bucarla.

Dai, è stato un piacere poterla ammirare, tifare, mai criticare. Ha sbagliato poco o niente, e questo non ha fatto altro che arricchire il suo talento. Segnato da un’umiltà giusta che, con il tempo, l’ha portata a diventare una delle migliori calciatrici del mondo, deliziando con le sue giocate e segnando anche tanti goal. Tutto frutto di innumerevoli sacrifici e, ovviamente, di un’innata propensione oltre che a farla girare, anche a metterla dentro. A volte con classe, altre con prepotenza, altre ancora spingendola semplicemente in rete. Sapeva fare qualsiasi cosa in campo, anzi, sa farlo ancora. Ma non può più. Dopo aver provato a resistere per più di un anno, per tornare più forte di prima, deve smettere definitivamente. Deve rinunciare. E qui, lo ammettiamo, ci verrebbe voglia di togliere le mani dalla tastiera. Di non scrivere più. Di fare silenzio. Perché Nadine Kessler si è ritirata. Troppi i problemi al ginocchio. Troppi. E il calcio giocato, deve a questo punto fare a meno di lei. Del suo genio e della sua classe, doni per pochi. E di quello sguardo inconfondibile. Sempre proiettato sull’obiettivo. Deciso e pronto, anche ad incassare duri colpi. Fonte di coraggio per le sue compagne di squadra. Per i suoi tifosi, che comunque non smetteranno mai di amarla. E di ricordarla. E magari, sia la Germania alle Olimpiadi di Rio che il Wolfsburg in Champions League, potranno dedicarle due grandi vittorie. Lei ne ha regalate tante. In bacheca, del resto, tra i 20 titoli, solo 6 Frauen-Bundesliga, 3 UEFA Women’s Champions League, un’Europeo, un UEFA Best Player in Europe e un FIFA World Player. Poca roba insomma.

È molto difficile accettare il ritiro per infortunio. Vorrei ringraziare il Wolfsburg, dove ho passato anni fantastici e vissuto momenti memorabili. Ho giocato con passione e tanto amore per il calcio. Ora mi propongo nuove sfide e nuovi traguardi“. Così, Nadine Kessler dà il suo ‘ciao’ al mondo del pallone. Un amaro saluto che porta il dolce sapore di un arrivederci. E quindi, eterno fenomeno, a presto. Noi ti aspettiamo. Magari in panchina. Dicono che i centrocampisti sono degli allenatori predestinati. Noi, in ogni caso, ci contiamo, perché non possiamo accontentarci del tuo ricordo, comunque indelebile. E intanto, lasciacelo dire, maledetto quel ginocchio. Solo lui poteva toglierti gli scarpini. E quella fascia da capitano che, credici, l’hai portata proprio bene.

Redazione

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