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Giocare a calcio o raccontarlo, sempre con la stessa “luce”: buon compleanno Alessandro Del Piero

La luce che suo padre accendeva per illuminare il campetto dietro casa si è trasformata, evoluta, nel tempo è diventata una luce pronta a indicare la via alla squadra di cui è diventato bandiera e ad ogni innamorato del calcio, giocatore o tifoso che fosse. Una luce che non si è spenta nemmeno quando Alessandro Del Piero ha smesso di giocare a calcio. Un addio non celebrato, come una storia d’amore che finisce di notte senza nemmeno rendersene conto. In fondo però, il vero addio al calcio era già stato consumato in quel pomeriggio di maggio: era il 2012, Del Piero giocava la sua ultima partita in campionato con la maglia della Juventus e di lì a poco avrebbe alzato al cielo la coppa dello Scudetto che aveva contribuito in maniera decisiva a regalare alla sua signora.

4 anni dopo, dopo aver “colonizzato” con quella luce terre lontane, c’è un nuovo Alessandro Del Piero da scoprire. Quello che non gioca più a calcio e che parla di calcio, ambasciatore del gioco nel mondo e in tv. Quello che, tra una diretta televisiva e una partita di golf, celebra gli anniversari delle sue gesta in campo, come a non voler interrompere mai quel filo. In questo 2016 qualcuno discretamente importante da ricordare ci sarebbe. Come il decennale del gol numero 200 con la Juve realizzato in serie B contro il Frosinone. Sembrava possibile solo in un film o in un romanzo. E invece… Anche se, citando il suo libro “10+ Il mio mondo in un numero” (Mondadori, 2007), Alex pensava già ai gol che avrebbe segnato dopo “per rendere più difficile la vita al ragazzo che, un giorno, comincerà a pensare di spodestarmi: forse è già nato, forse no, ma prima o poi spunterà, mi metterà nel mirino e potrà tentare di superarmi”. Quel ragazzo forse è nato, ma dieci anni dopo non si è ancora rivelato. Anche perché per superare Del Piero non basterebbe sopravanzarlo nel numero di gol. Berlino, 10 anni fa. Vi dice qualcosa? Oppure Tokyo. Un gol, decisivo, in finale di Coppa Intercontinentale. Altro giro altro anniversario, stavolta un ventennale. 26 novembre 1996, un fresco ventiduenne sul tetto del mondo. Oggi quel nome così affascinante ed evocativo è stato sostituito da “Mondiale per club” e il capellone che piazzava la palla all’incrocio dei pali è un uomo un po’ stempiato che però, quando parla di calcio, ha ancora negli occhi la stessa luce. Già, sempre la luce.

9 novembre 1974, una storia d’amore con il calcio oggi lunga 42 anni, cominciata con la pallina di tennis calciata in garage per centrare l’interruttore della luce. “L’interruttore è l’obiettivo, il centro del mio desiderio.
L’interruttore è la porta. Se lo colpisco, faccio goal. Se lo colpisco,
si accendono le luci dello stadio”
(Giochiamo ancora – Mondadori, 2012). Gloria e polvere, cadute e risalite, momenti sliding doors che hanno reso Del Piero un’icona, la sua carriera un manifesto. E oggi è come se lui volesse testimoniarla. Dalle luci dello stadio a quelle degli studi televisivi: “Sei stato un grande giocatore e ora sei anche un grande giornalista”. Francesco Totti dixit, in un collegamento durante Sky Calcio Show. Del Piero sorride un po’ imbarazzato, “No, ero più bravo in campo”. E non è falsa modestia. Anche se il calcio sta imparando a raccontarlo, come nella sua prima telecronaca durante i mondiali in Brasile: Argentina-Svizzera 1-0, gol di Di Maria predetto poco prima. Da attore a regista, lui che a Los Angeles ci vive, tra un travestimento di Halloween con i suoi bimbi e una foto con Johnny Depp.

All’interno di 10+, scritto quando aveva 32 anni, la vita di Alessandro Del Piero è scandita da liste formate da 10 componenti. Tra le 10 paure elencate, due sono emblematiche. “Tradire me stesso e i miei obiettivi. A trentadue anni so chi sono e cosa voglio, almeno nell’immediato. Ma il rischio di perdersi, o di non riconoscersi, è sempre in agguato”. Le paure e le difficoltà le ha sempre combattute, come Achille, quella metafora che gli piace tanto e che gli ricorda quel periodo in panchina con Capello e a Germania 2006, prima che arrivasse il suo momento. Quasi 10 anni dopo saranno cambiati gli obiettivi e il concetto di “immediato”: reinventarsi restando se stessi però può essere un modo per esorcizzare questa paura. Vivere il calcio da un’altra prospettiva e raccontarcela, con classe immutata. Da numero… 10, che più che un numero sembra un voto. Ah, e l’altra emblematica paura? “Il buio. Nessun timore, per quello c’è la luce del campetto dietro casa: un motivo in più perché continui a splendere ancora.

Marco Bonomo

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