Consapevolezze

Consapevolezze – De Sciglio: “Il mio viaggio non è finito”

De Sciglio con la maglia della Juventus – IMAGO

Stavo vivendo il sogno che il piccolo Mattia aveva: giocare per la sua squadra del cuore, il Milan. Ecco, quel sogno si stava sgretolando davanti ai miei, pezzo dopo pezzo. Senza quasi che me accorgessi. Senza neanche capire il perché.

Come sono passato dall’essere visto come futura bandiera del club a capro espiatorio? Sembro l’unico responsabile delle difficoltà che la squadra sta attraversando. Non mi do spiegazioni. Ero lo stesso Mattia di qualche mese prima. Quello che aveva esordito a 18 anni in Champions e giocato da titolare per tutta la stagione successiva. E, soprattutto, mi sono sempre comportato bene. Faccio una vita da professionista, do sempre tutto, non ho mai mancato di rispetto a nessuno. Eppure, nonostante ciò, sono qui, nella mia camera, e non voglio uscire.

Mi capitava spesso, sapete. Di essere lì, chiuso in casa e negarmi una cena fuori o un giro in città. La sola idea di uscire mi faceva sentire sbagliato, in torto nei confronti di chi mi critica. Avevo messo in dubbio le mie stesse qualità. Perché a sentirsi ripetere ogni giorno certe cattiverie, si corre il rischio di crederci. Non penso che possa essere chiamata depressione, ma forse mi ci sono avvicinato. Non ero più lo stesso Mattia, avevo perso quell’entusiasmo che mi aveva sempre accompagnato nel rincorrere quel pallone.

La sera del 23 aprile 2017, giorno di Milan-Empoli, il momento più difficile. Tenete a mente questo giorno, ci ritorneremo. Da quella notte a San Siro sono cambiato tanto. Quel ragazzo è diventato un uomo, un marito, un padre. Un giocatore e una persona più consapevole. Questo è il mio viaggio. Il viaggio di un bambino di Rozzano che ha realizzato i suoi sogni e che è stato capace di diventare uomo, attraversando anche il buio e il dolore. È il viaggio di Mattia De Sciglio. E non è ancora finito. Quel pallone voglio continuare a rincorrerlo per tanto tempo ancora.

Dal campetto a San Siro

Quando ero piccolo, ogni domenica mattina andavo a svegliare papà per andare insieme a giocare al campetto sotto casa. Il mio viaggio è iniziato lì e nell’oratorio del mio paese. Abitavo nella periferia milanese, San Siro distava solo qualche km. Chi l’avrebbe detto che quei km sarei riuscito a percorrerli, giocando con la maglia del mio Milan, la squadra che tifavo. Anche se avrei potuto giocare nell’Inter. Era stata la prima squadra a chiamarmi per un provino, scartandomi però perché piccolo fisicamente. Poi è arrivata la chiamata rossonera ed è iniziato tutto.

Ho fatto tutto il settore giovanile. Alla fine del secondo anno di Primavera mi hanno aggregato con la prima squadra di Allegri. La ricordo bene quell’estate, era quella della maturità. Pochi giorni dopo l’orale sono partito per il ritiro. Non me ne sono più andato. A novembre ho fatto l’esordio in Champions, qualche mese dopo in A. Era uno spogliatoio di campioni. Ho ancora in mente la personalità di Ibra. Una mentalità incredibile, un giocatore capace di alzare il livello di un gruppo. Ma bisognava sperare di non essere in squadra con lui quando perdeva le partitelle, altrimenti correvi il rischio di essere massacrato. Era fatto così.

L’anno successivo ho iniziato a giocare. A giocare con continuità. E tutti parlavano di me. “L’erede di Maldini”, mi chiamavano. Sentivo la fiducia di tutti. Stavo vivendo un sogno.ù

Incertezza

Sei giovane, tutto va per il meglio, vivi ciò che avevi sempre sperato. Nessuno ti prepara alla caduta.  Nessuno ti insegna a gestire il buio, le critiche, gli attimi in cui quel mondo che tanto ti aveva esaltato ha smesso di guardarti. Non so come sia successo. So soltanto che è successo all’improvviso. Al Milan era finito un ciclo. Tra risultati e cambi societari era un momento complicato. Per un infortunio ho perso un po’ di continuità e il livello delle mie prestazioni per qualche settimana si era abbassato. Ma a chi non succede? A tutti, probabilmente. A me, però, non è stato perdonato. Da quel momento sono iniziate ad arrivarmi critiche, contro la persona e il giocatore. Molti tifosi mi attaccavano, una parte della stampa sembrava accorgersi solo dei miei errori. Immaginate di diventare il bersaglio di migliaia di persone. E io non ero pronto ad affrontare tutto quello. Mi guardavo allo specchio: non ero più io.

“Perché?”. Continuavo a chiedermelo. Non avevo mai mancato di rispetto a nessuno. Era un periodo complicato per tutto il club. Eppure, per molti sembrava fosse tutta colpa mia. I social erano pieni di insulti e cattiverie. Il responsabile era sempre Mattia De Sciglio. Come se fossi stato io ad autodefirmi il nuovo Maldini. Un accanimento incomprensibile che ha toccato l’apice nel mio ultimo anno a Milano. Ero in scadenza, si parlava di un mio presunto accordo con la Juve. Io non avevo mai parlato con nessuno, ma naturalmente la mia versione non contava. Ero pure capitano, un motivo in più per criticarmi. Il momento più difficile di tutta la mia carriera. Quella fascia che avevo sognato da bambino si era rivelata un fardello da portare. E avevo perso passione ed entusiasmo. Un incubo.

23 aprile 2017

Arriviamo a quella sera, l’immagine più dura. È il 70’, siamo sotto 2-0 a San Siro contro l’Empoli. Montella fa un cambio. Si alza la lavagnetta luminosa: esce il numero 2. Esco io. “Ma che senso ha?”. Non capivo la logica di quel cambio. Ero arrabbiato. Pochi secondi e sono sommerso dai fischi di tutto lo stadio. Io contro tutti. Da solo a dovermi difendere. Sì, da solo. Perché quel cambio non aveva fatto altro che espormi una volta ancora a quegli attacchi. Quasi a volermi usare per spostare l’attenzione da ciò che davvero non andava. Sì, da solo. Perché a ferirmi era quell’ambiente in cui ero cresciuto, che per me era semplicemente casa.

Quel giorno ha segnato un prima e un dopo. Non ero più disposto a sopportare tutto quello. Non me lo meritavo. Mi aveva segnato. In campo e, soprattutto, nella vita. Non stavo bene, ero triste e insicuro. Vivevo una situazione di malessere mentale, ma il calcio è un mondo che non ti permette di essere fragile. Dovevo farcela da solo. Io con l’aiuto della mia famiglia e di un mental coach. La mia storia a Milano era finita.

De Sciglio con la maglia della Nazionale – IMAGO

Torino

A fine anno ho lasciato Milano. Mi volevano la Juve e il Liverpool. Ho scelto Torino. Ero vicino a casa, avrei fatto parte di una squadra di campioni e avrei ritrovato Allegri. Prima di andare avanti, una precisazione. Non sono il figlioccio di Allegri. È un’etichetta che mi porto dietro da sempre, ma tutto ciò che ho ottenuto me lo sono conquistato e meritato. Certo, è l’allenatore a cui sono più legato. Mi ha lanciato al Milan e nei momenti più duri mi ha aiutato a guardare ciò che di positivo avevo. Tutto quello che ho fatto, però, me lo sono conquistato. Non ci sono mai stati favoritismi. Anzi, da me ha sempre preteso più di quanto facesse con molti altri. Ma torniamo all’esperienza con la Juve. Ritrovarmi lì con quei giocatori, dopo un Europeo da protagonista con la Nazionale, mi ha fatto risentire vivo. Una rivincita. A Torino ho conosciuto una realtà nuova. Al Milan ero abituato a un ambiente familiare. La Juve è diversa. Un’azienda in cui devi solo pensare a vincere. E lì ho vinto. Finalmente. Tre scudetti, una prima volta per me. Un’emozione unica, difficile da esprimere a parole.

Buffon, la BBC, Dybala, Douglas Costa… ho vissuto lo spogliatoio con giocatori incredibili. E poi c’era lui, Cristiano Ronaldo. Avete presente quel concetto di aura che ora tanto si utilizza? Ecco, lui ne era la massima espressione. Dedizione totale, allenamenti costanti anche nei giorni di riposo, attenzione all’alimentazione, ossessione, ferocia in campo. Un esempio. Sono cresciuto tanto con lui e gli altri miei compagni. Peccato sia finita in un modo diverso da quello che mi ero immaginato. Un modo che mi ha spiazzato e ferito. Allegri era andato via, io venivo da un anno fuori per il crociato. In panchina era arrivato Thiago Motta, mio ex compagno in Nazionale. Avevo grandi aspettative. Ma non mi hanno permesso neanche di fare il ritiro. “Sei fuori dal progetto”, nessun’altra spiegazione. Avevo due possibilità: trovarmi una squadra o una stagione da fuori rosa. Ho accettato la scelta e sono andato a Empoli. Mi sarebbe piaciuto salutare i tifosi bianconeri. Anche se, a distanza di mesi, il regalo me l’hanno fatto loro con quell’applauso dopo il mio gol allo Stadium. Grazie.

Futuro

In estate, finita la stagione con l’Empoli, nessuno mi ha chiamato. È stata una sensazione strana, mai provata. Non mi era mai successo di rimanere così tanto tempo senza il mio pallone. Per qualche settimana ho sperato, poi ho capito. Dovevo solo pensare ad allenarmi per farmi trovare pronto. E ora non vedo l’ora che quella chiamata arrivi. Non resisto senza calcio.

Mi piacerebbe rivivere un’esperienza all’estero. Quella a Lione è stata fantastica. Mi ha regalato una nuova prospettiva. Una prospettiva in cui il calcio è libero, fatto di entusiasmo e felicità, ma in cui esiste anche altro. Esiste anche… la vita. Senza quelle pressioni e quell’incessante negatività che spesso qui in Italia ci circonda. Un’esperienza in cui essere Mattia e non più solo De Sciglio.

Non so quando e non so da dove quella chiamata arriverà. Di certo c’è che io non mi fermo qui. Dirò addio a questo sport tra un po’ di anni, lo amo ancora troppo. E a dirgli addio sarò io, non sarà qualcuno a impormelo. Lo devo al bambino sognatore, al ragazzo che ha vissuto nel buio delle difficoltà, all’uomo che sono diventato. Lo devo a me, Mattia De Sciglio.

Nicolò Franceschin

Nato nel 1997 tra Milano, Como e Lecco. Laureato in Giurisprudenza, ma ai codici ho preferito una penna. Cresciuto con Maradona (il calcio), ma anche Ronaldinho e Sneijder. Il fascino del numero 10. Credo nella forza delle parole. Verità e narrazione. In giro in macchina per stadi, campi e strade alla ricerca di nuovi colori da scrivere, perché ognuno ha una sua sfumatura. Le note del telefono che si riempiono di storie, alcune il cui finale è ancora tutto da scrivere. Una di queste è la mia. Raccontare emozioni e dare voce a chi non ce l’ha.

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