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Dalla Fiorentina di Bernardeschi alla rivincita a Rieti, Gondo: “Il calcio mi ha salvato”

Qualcuno se lo ricorderà perché tra il 2012 e il 2013 era tra i protagonisti di “Calciatori – Giovani speranze”, un programma che raccontava la quotidianità della squadra Primavera della Fiorentina, all’epoca guidata da Semplici, adesso allenatore della Spal. Cedric Gondo era già allora un ragazzotto alto in confronto alla media dei suoi compagni e segnava gol a raffica. In quella squadra sicuramente è stato Bernardeschi a soddisfare al massimo le proprie speranze, arrivando a giocare nella Juventus, ma anche Mancini dell’Atalanta e Leonardo Capezzi ora con la maglia dell’Empoli sono riusciti a raggiungere la Serie A. La maggior parte invece è andata a rinforzare le squadre di periferia di Serie C e D. Tra questi anche Cedric, che prima di arrivare al Rieti ha dovuto girare tra Ternana, Grecia e Teramo: “Nessuna esperienza per la mia carriera è un fallimento, tutte ti lasciano dentro qualcosa. Quindi tutte sono positive in un modo o nell’altro, perché ti fanno crescere nello spirito e nell’animo”, la filosofia del non arrendersi mai di fronte alle difficoltà e alla palla che si ostina a non entrare.

Quest’anno la svolta al Rieti e sabato il gol nel derby laziale contro la Viterbese: “È stata una liberazione rispetto alla passata stagione nella quale non ho segnato. È stato un anno difficile, ma sono contento di averlo messo alle spalle. Sono felice poi perché con il Rieti venivamo da una situazione complicata, avevamo subito tre sconfitte consecutive ed era essenziale vincere”.

Importante nella sua nuova esperienza anche la città: “Un posto tranquillo dove cercare di migliorare. Ho legato molto con Giglio e Caparrós con i quali passiamo le ore a giocare alla Playstation, a FIFA ovviamente”.

Dal virtuale alla realtà, dove il tasto start non esiste e non si può spegnere in caso di risultato negativo: “In Costa d’Avorio giocavo a calcio come tutti i bambini, ma solo per divertimento. Non avrei mai pensato di finire alla Fiorentina e poi che questo sarebbe diventato il mio lavoro, quello per cui vivo. Il calcio era solo un passatempo, uno sfogo per non pensare alla situazione in cui vivevamo. Uno sfogo con gli amici. Nessuno di loro però ha continuato: io grazie alla mia famiglia ho avuto la testa e la determinazione di allenarmi con professionalità, anche quando ero più piccolo”.

Avevo sette anni e mio padre decise di trasferirsi in Italia – dice Cedric Gondo ai microfoni di www.gianlucadimarzio.comEra in cerca di fortuna e quindi con mia madre e i miei fratelli lo abbiamo seguito. Arrivare in Italia è stata una fortuna per la mia famiglia, ma soprattutto per la mia carriera. Mia madre non voleva facessi il calciatore perché già mio fratello Rodrigo lo era. Ho provato con il basket, ma volevo solo dare calci al pallone. Ho iniziato nell’Aurora Treviso, poi feci un provino per la Fiorentina e mi presero”.

L’Italia è stata fondamentale perché qui ho imparato la tecnica. Questa formazione ti aiuta a crescere e ad essere migliore rispetto ad altri”. La stessa fortuna che ha trovato qui vorrà però un giorno riportarla nel suo paese d’origine, la Costa d’Avorio: “Tra dieci anni non mi ci vedo nel mondo del calcio, è un mondo un po’ così…”, senza però trovare altre parole di disprezzo o a favore per questo sport. “Vorrei aiutare il mio Paese, come già sta facendo mia madre in questi anni, invano degli aiuti con delle donazioni”. Calciatori e giovani speranze: non solo il titolo di un vecchio programma, ma quelle che coltiva in cuor suo Cedric, che vuole diventare campione anche fuori da un campo di calcio.

Riccardo Setth

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