Categories: Interviste e Storie

Folklore, danze e stranezze: il meglio della Coppa d’Africa

Nomi e soprannomi fantasiosi, balli all’ingresso negli stadi, esultanze e storie incredibili: la Coppa d’Africa offre sempre uno spettacolo nello spettacolo, e anche questa edizione non sta facendo eccezioni. 

Le storie più incredibili della Coppa d’Africa 2024

Il tallone d’Achille di molti giocatori africani, si sa, è la carta d’identità. In questa Coppa d’Africa i casi di cui si è parlato di più sono quelli di Wilfried Douala e Guelor Kanga Kaku. Il primo, camerunese, dovrebbe avere diciassette anni, ma il suo aspetto fisico e la scarsità di notizie sul suo conto hanno alimentato i sospetti. Il secondo, gabonese, dovrebbe essere nato nel 1990; peccato che la madre biologica (o presunta tale) fosse deceduta nel 1986

Nomi e soprannomi: A.K. 47 e Baggio Siadi

Sempre a proposito di identità, anche i nomi e i soprannomi dei calciatori sono spesso molto divertenti. In queste ore si sta parlando del “nickname” di Aboubakar Kamara, attaccante della Mauritania che nella formazione ufficiale della sua nazionale è stato indicato come “A.K. 47“, la sigla del fucile kalashnikov. Un soprannome che non è nemmeno giustificato dal numero di maglia, visto che Kamara indossa la 27. Un nome di battesimo piuttosto singolare è quello del portiere di riserva della Repubblica Democratica del Congo, Baggio Siadi. Resta comunque insuperabile il malgascio Romario Baggio. 

Dall’impresa mancata di Onana a quella “al contrario” di Fatawu

Di eventi singolari intorno a questo torneo ce ne sono già stati diversi: da Onana che prova, senza successo causa maltempo, a giocare due partite in ventiquattro ore tra Manchester United e Camerun, al ghanese Fatawu, che ha rifiutato la chiamata delle “Black Stars” per giocare nel Leicester ma è stato espulso contro il Coventry beccandosi tre giornate di squalifica. Leggi anche – Coppa d’Africa, Cissé cerca la doppietta nel nome di Metsu

Esultanze e balli

Come sempre, però, lo show più divertente sono balli ed esultanze. Come quella di Mabululu, che dopo il rigore segnato con l’Angola contro l’Algeria ha voluto rendere onore alla straordinaria somiglianza con Bafetimbi Gomis imitando la sua pantera. Sta diventando ormai una prassi quella di accompagnare l’ingresso allo stadio con un ballo e della musica etnica: ogni nazionale ha la sua colonna sonora e il suo schieramento fisso: davanti si porta la cassa, dietro si balla. Perché questa è anche la festa di un continente. Leggi anche – Rigobert Song, morire per rinascere

 

Andrea Monforte

Classe 2000, monzese (d’adozione), studio Lettere a Milano. Un’indomita ed ereditaria passione per lo sport (calcio, ovviamente, ma anche ciclismo), declinata in “narrazione” tecnica e sentimentale: la critica della complessità come antidoto alla semplificazione. La vaghezza del ricordo personale ha reso l’azzurro del cielo di Berlino 2006 un’indelebile traccia mitologica. Sono nato lo stesso giorno di Ryan Giggs e di Manuel Lazzari, ma resto umile.

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