Le mani. Non esattamente la parte del corpo più importante per un calciatore che non faccia il portiere. E Cesc Fabregas portiere non è, anzi. Eppure le sue mani saltano subito all’occhio.
Quella contro la Spal è la sua prima partita da titolare con la maglia numero 4 del Como sulle spalle e la fascia da capitano sul braccio. Ma dicevamo delle mani. Le muove continuamente. Apre le braccia per accompagnare l’azione. Richiama i compagni quando c’è da tornare in marcatura. E poi le sbatte per incitare i tifosi. Ogni volta che lo spagnolo si avvicina alla bandierina per battere un calcio d’angolo parte l’ovazione. E lui ricambia. Lo stadio è per lui, ma lui è per lo stadio.
Certo, impossibile chiedergli il dinamismo dei tempi d’oro. Ha 35 anni e decine di medaglie da collo da trasportare da una parte all’altra del campo. Però quando ha la palla nei piedi è musica. Anzi, una sinfonia. Gioca tra le linee, dove un po’ trotterella e un po’ affonda. Uno, due e poi subito alla ricerca della palla in verticale per innescare le punte. Suo il tocco decisivo per Cutrone in occasione del gol del momentaneo vantaggio del Como. A Fabregas basta una frazione di secondo per ricevere palla dentro l’area, controllare e servire il compagno.
Tutto facile per uno che ha vinto un Mondiale e due Europei da protagonista. Fino a ieri aveva messo insieme 41 minuti in due partite, contro la Spal ne ha giocati addirittura 75 conditi da affreschi e pennellate deliziose. Ma al dì la del campo, le “giocate” più importanti le ha fatte vedere usando le mani!
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