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Il primo allenatore di Camarda: “Faceva il portiere, è milanista da sempre”

7 i km che dividono il centro sportivo dell’Afforese e San Siro. Una strada in cui si racchiude la vita calcistica di Francesco Camarda. 7 come “le reti che segnò nella sua prima partita”. Lo ricorda bene Massimo D’Amaro, primo allenatore del talento rossonero. Prima di arrivare a quel (non) gol nella notte di Milan-Club Brugge in Champions League, e ora alla sua prima da titolare in Serie A, contro il Cagliari, bisogna partire dal quartiere di Affori, periferia nord-ovest di Milano, dove tutto è iniziato. Scarpini colorati, capelli lunghi e gol, tanti gol. “Aveva 5 anni la prima volta che entrò nel nostro centro sportivo. Venne da noi perché c’era anche il cugino Christian”. 

Quel bambino sarà poi il più giovane esordiente in Serie A in assoluto e in Champions con la maglia del Milan. Per pochi centimetri metri non è diventato il più giovane a segnare nella competizione. E pensare che all’Afforese faceva (anche) il portiere.

 

 

Un passato da portiere

Segnava 7/8 reti a partita. Le soluzioni per fermarlo erano due: o sostituirlo o metterlo in porta”, racconta il suo ex allenatore Massimo D’Amaro. Due opzioni che non piacevano molto al piccolo Francesco: “Le viveva male”. E non era insolito vederlo esultare con su i guanti: “Quando faceva il portiere vedeva i suoi compagni in difficoltà, usciva palla al piede dalla sua porta e andava a segnare”. Ma esultava già scivolando sul terreno? “No no, correva a darmi il cinque e ad abbracciare gli altri bambini”. Idee chiare fin da subito: “Era determinato, sapeva già quello che voleva. A fine allenamento si fermava da solo a provare dribbling e tiri. Aveva solo 5 anni”. Mentalità. E una sana competizione: “Odiava perdere”.

 

 

Un talento puro: “Fisicamente e tecnicamente era più avanti degli altri. Aveva già il senso dello spazio e del tempo. A quell’età di solito si fatica a fare due palleggi, lui invece si alzava la palla e si coordinava perfettamente per fare una rovesciata. Ricordo ancora la prima che fece in allenamento, incredibile”. 

 

 

“Lo voleva l’Inter, scelse il Milan”

Bastò poco per attirare le attenzioni di diversi club. “Il Milan fu il primo a seguirlo. Poi arrivò anche l’Inter”. Pochi dubbi: “Lui è milanista dalla nascita, un vero tifoso”. Un anno e mezzo e il trasferimento in rossonero: “Qualche allenamento per ambientarsi e poi il passaggio definitivo. Da lì è iniziato tutto”. Una vita in rossonero “con una pausa di un mese”. In che senso? “Un suo istruttore al Milan lo rimproverò perché lo vide distratto”. “Se fai così torna all’Afforese”. “Va bene”.Restò con noi qualche settimana, poi riprese ad allenarsi con il Milan. Che personalità”. Fondamentale il ruolo di mamma Federica e papà Manuel: “Genitori con i piedi per terra”. E un rapporto con il suo ex allenatore mantenuto nel tempo: “Ogni tanto ci sentiamo, gli scrivo qualche messaggio”. Anche dopo la partita contro il Club Brugge? “Non ancora, ma uno dei prossimi che gli arriveranno sarà il mio”. Cosa gli scriverà? “Continua a sognare”.

Nicolò Franceschin

Nato nel 1997 tra Milano, Como e Lecco. Laureato in Giurisprudenza, ma ai codici ho preferito una penna. Cresciuto con Maradona (il calcio), ma anche Ronaldinho e Sneijder. Il fascino del numero 10. Credo nella forza delle parole. Verità e narrazione. In giro in macchina per stadi, campi e strade alla ricerca di nuovi colori da scrivere, perché ognuno ha una sua sfumatura. Le note del telefono che si riempiono di storie, alcune il cui finale è ancora tutto da scrivere. Una di queste è la mia. Raccontare emozioni e dare voce a chi non ce l’ha.

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