Edoardo Bove, Fiorentina (Imago)
Edoardo Bove ha parlato dell’incidente del primo dicembre contro l’Inter, di come ha vissuto e sta vivendo quei momenti e delle sue idee per il futuro. Il tutto, in una lunga intervista in esclusiva a Vanity Fair.
Il primo ricordo va al 6 febbraio, al recupero proprio di Fiorentina-Inter: “Come se si fosse chiuso un cerchio. Tutto è ripartito da quel momento, dopo un lungo stand-by. Ma certe immagini restano impresse. La testa inevitabilmente fa i suoi giri. Sono un ragazzo di 22 anni e non posso certo dare insegnamenti a nessuno, ma voglio testimoniare il fatto che è una cosa che può capitare, che non è così rara, e soprattutto che non sono un supereroe nell’essermi ritrovato ad affrontarla”.
Sul preciso istante del malore della partita Bove ha dichiarato: “Ricordo davvero poco, a un certo punto ha cominciato a girarmi la testa come quando ti alzi troppo velocemente dal letto. Ho avvertito una sensazione di spossatezza e basta. Non ricordo di essere caduto. Mi sono risvegliato in ospedale. Mi hanno raccontato che quando ero in ambulanza ho fatto un po’ di casino: gridavo, mi dimenavo, dicevo cose a caso. Ho urlato “Fiorentina” fortissimo. Mi hanno dovuto legare”.
Un sorriso, nel ricordo del primo pensiero dopo aver riacquisito lucidità: “Ho pensato “Ammazza che figura di… davanti al mondo intero. Ma non potevi scegliere un altro momento?!”. Era la partita delle 18, quella per il primo posto in classifica, la stavano guardando tutti. Detesto farmi vedere vulnerabile. Subito dopo, però, ho capito di essere stato molto, molto fortunato”. Adesso, il centrocampista sta vivendo una fase fuori dal campo, dopo anni di routine: “All’inizio ho saputo reagire con forza. Ma poi è arrivata anche la tristezza: mi sono buttato giù, non volevo vedere nessuno, non volevo fare niente. Non avevo voglia”.
Quindi, nel corso dell’intervista, Bove ha parlato anche dell’assenza del calcio nella sua vita: “Il calcio è uno dei miei più grandi amori. Sento di non essere lo stesso senza. Mi manca proprio giocare con gli amici. Non poter giocare è stato come perdere il mio amore più grande, posso spiegarglielo solo così. Adesso la sfida è provare a continuare a essere me stesso, sapendo però di avere perso una parte importante di me”.
Quindi, sul futuro: “Ho ancora qualche visita da fare, i medici devono incrociare tutti i dati. Se decido di mantenere il defibrillatore, in Italia non potrò giocare: qui da noi la salute viene prima dell’individuo, e non sto dicendo che sia una regola sbagliata. Ma all’estero sì, praticamente ovunque“.
Quindi, possibilità estera? “Vedrò anche come starò: se avrò paura, se non sarò tranquillo. Allora cambierà tutto. L’ultima parola spetterà a me. Anche se decidessi di giocare all’estero, dovrei firmare un documento assumendomi la responsabilità di quanto potrebbe accadermi in campo”. Anche se: “Non escludo affatto di poter togliere il defibrillatore: i medici mi stanno dicendo che c’è questa possibilità”.
Sulle possibili opzioni: “Mi è sempre piaciuta Londra. E poi il campionato inglese è molto competitivo”.
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