Interviste e Storie

Bianco e la sfida PAOK: “La nostra colonia italiana a Salonicco”

Alessandro Bianco, PAOK (Credits Andrea Sorci)

La nostra intervista ad Alessandro Bianco per il documentario “PAOK, dove la cultura incontra la passione”

Alessandro Bianco non corrisponde al classico stereotipo del calciatore italiano. Diretto, senza peli sulla lingua, niente risposte “da 0-0”. Vuole mettersi in discussione e non dà nulla per scontato. E anche per questo ha scelto di abbracciare una sfida non facile: dopo la prima stagione in Serie A e la retrocessione col Monza, ha lasciato l’Italia per la prima volta, trasferendosi in prestito dalla Fiorentina al PAOK.

All’inizio ero un po’ spaventato… ho sempre vissuto fuori di casa però andare proprio fuori dall’Italia, soprattutto per noi italiani, è un po’ complicato perché siamo un po’ “mammoni”, quindi ci piace stare a casa”, ci racconta per il documentario “PAOK, dove la cultura incontra la passione”. “Però mi sono detto ‘perché no?’”.

Da quel “perché no?”, è nata un’avventura sorprendente: “Non conosco bene Napoli, però secondo me Salonicco è molto simile, sia a livello di città sia a livello di passione. L’Olympiacos qui è un po’ come la Juve in Italia, mentre il PAOK assomiglia appunto al Napoli. Ci sono molte similitudini, anche per la tifoseria”.

A Salonicco, “Bianchino” – come lo chiamava Nesta a Reggio Emilia e poi in Brianza – ha trovato tanti italiani. Dal capo scout Matteo Serra al vice di Lucescu (che a sua volta parla un ottimo italiano), Gianpaolo Castorina; il legame più forte lo ha creato con Alessandro Vogliacco, ex Genoa e Parma tra le altre: “Avere Ale con me è stata la mia salvezza all’inizio, perché comunque è complicato, non sapevo bene la lingua. Diciamo che noi siamo stati i primi, abbiamo piantato la bandiera. Adesso creiamo la nostra colonia italiana qua. Per ora procede tutto a gonfie vele”.

Bianco e Vogliacco

Bianco si racconta nel docu “PAOK, dove la cultura incontra la passione”

Fuori dal campo, Bianco ha sempre colpito per la sua sincerità. A Monza, in una stagione piena di difficoltà, nonostante fosse tra i più giovani non si è mai nascosto. Ai microfoni, in conferenza, non ha mai usato mezzi termini, anche a rischio di subire delle critiche: “Spesso dipende dal momento in cui fai l’intervista, perché può anche capitare di essere un po’ più arrabbiato. Ma spesso certe risposte mi escono naturali, come quando ho usato un parolaccia per descrivere il gol di Bijol dopo una gara contro l’Udinese. Ogni tanto mi escono, non lo faccio apposta”.

L’esperienza in Brianza, con tutte le sue difficoltà, ha pesato molto – anche in positivo – per il Bianco calciatore e uomo: “Mi ricordo che venivo dalla Serie B, dove avevo fatto una bella annata, e dentro la mia testa, un po’ da presuntuoso, pensavo ‘vabbè, ma se questa è la Serie B allora la Serie A posso farla’. In realtà quando giochi la Serie A capisci che ci sono proprio 3-4 gradini di differenza, e se non sei sul pezzo è complicato. L’anno scorso è stato un anno particolarmente complicato, che però ti può dare qualcosa anche nella negatività, se riesci a prendere qualcosa. Ho trovato dei buoni amici, ho colto delle dinamiche che magari condividevo di più, altre che condividevo di meno, ma che in futuro magari mi possono servire, magari quando avrò 33 anni e avrò in spogliatoio dei ragazzi più giovani; mi ricorderò di quello che è successo, cose positive, cose negative, cercherò di dare il mio meglio in questo”.

Nei momenti difficili, torna anche in mente la memoria del passato: “Il mio primo ricordo con un pallone è stato al compleanno di mio cugino. Lui era più grande di me, giocava già a pallone, mentre io… non ero particolarmente amante del calcio. Dopo questa partita che avevo organizzato con i miei parenti, con mio papà, mio zio, mi è piaciuto. Mi sono divertito. Il giorno dopo ho chiesto a mio papà di iscrivermi alla scuola calcio con i miei amici per iniziare e da lì poi ho cominciato”.

Alessandro Bianco

Il ricordo di Guerini e le passioni per le case e la cucina

Classe 2002, Bianco mostra una maturità superiore alla sua età, soprattutto quando parla di un amico che non c’è più, ma che ha tatuato sulla pelle, e lo accompagnerà per sempre: “Daniel (Guerini, ndr) è stato un ragazzo a cui tenevamo molto tutti, era talmente simpatico che nonostante facesse tante cagate gli volevamo tutti bene, gliele perdonavamo tutte perché era anche veramente forte. È stato il primo che io ho visto con veramente del talento vero. Era proprio di un altro livello, quando aveva voglia si accendeva ed era più forte degli altri. Quindi noi lo coccolavamo, lo proteggevamo. Poi quando c’è stata la notizia della tragedia… È stato un duro colpo perché purtroppo gli incidenti stradali succedono tutti i giorni, però fino a quando non capita a qualcuno a cui vuoi bene tu pensi sempre che sia impossibile”.

C’è poi un’altra persona che, pur fisicamente lontana, accompagna sempre Alessandro quando scende in campo: “Mio nonno è stato un secondo padre per noi; per me, i miei fratelli, le mie cugine. I nostri genitori lavoravano, quindi noi siamo sempre cresciuti con i nonni, abbiamo sempre fatto tutto con loro, siamo sempre stati presenti in tutto. Quando è venuto a mancare in questa primavera è stato forse il colpo più duro della mia vita. Ora cerco di prendere un po’ di forza da lui, soprattutto quando ci sono le partite”.

Dicevamo della maturità. Bianco sta già pensando al post carriera: “Mio padre lavora nell’ambito immobiliare da 30 anni, io mi sono sempre appassionato alle case. Magari guardavo annunci immobiliari e glieli mandavo. Poi, quando ho iniziato a guadagnare i primi soldi, lui ha avuto questa idea e mi ha detto: ‘Mettiamoci assieme‘. Alla fine, è lui che lavora, perché io non ho né le competenze né il tempo, e non sono neanche fisicamente lì con lui. Fa un grandissimo lavoro, si fa un ‘mazzo’ importante, in questo momento sono contento ma penso che sarà quello che farò nel mio futuro, quando smetterò di giocare a calcio”.

Nel frattempo, però, c’è un’altra passione da coltivare: “Non sono uno chef, però cucinare mi rilassa. Soprattutto perché io vivo il 99% del mio tempo da solo, quindi… devo trovare qualcosa anche per occupare il tempo. Non mi piace ordinare sempre, a differenza di molti miei compagni, la cucina è una cosa che mi è piaciuta fin da subito. Anzi, avevo pensato anche di fare qualche corso, può sempre servire”. Insomma, tuttofare in campo ma anche fuori: con Bianco, la sorpresa è sempre dietro l’angolo.

Andrea Monforte

Classe 2000, monzese (d’adozione), studio Lettere a Milano. Un’indomita ed ereditaria passione per lo sport (calcio, ovviamente, ma anche ciclismo), declinata in “narrazione” tecnica e sentimentale: la critica della complessità come antidoto alla semplificazione. La vaghezza del ricordo personale ha reso l’azzurro del cielo di Berlino 2006 un’indelebile traccia mitologica. Sono nato lo stesso giorno di Ryan Giggs e di Manuel Lazzari, ma resto umile.

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