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Orgoglio e un giudizio. La favola della Juve diventa beffa al 93’

| Storie | Autore: Claudio Giambene

Fa male così. L’avventura europea di una Juventus fantascientifica finisce nel modo più crudele, con un rigore a dir poco dubbio fischiato all’ultimo sospiro dei tre minuti di recupero decisi da Michael Oliver, il protagonista più inatteso di una storia che si avviava verso l’epica. L’arbitro inglese decide che la rimonta di Benatia su Vazquez è da sanzionare con un penalty. Non può neanche rivederlo perché in Europa il Var è ancora una chimera. Il suo fischio cancella la rovesciata della Juve. Più alta dei 2,38 di Ronaldo, più iconica di quella di Parola. CR7 segna e stacca la figurina che l’Italia avrebbe potuto attaccare sul Bernabeu. Doveva essere l’urlo di Gigi Buffon al cielo di Madrid dopo il gol di Matuidi. A pochi passi da Tardelli, in fuga da un funerale europeo da cui ha provato a scappare in tutti i modi. Quell’album è già da buttare. Ma solo quello. Perché questa notte la Juve esce dalla Champions ma entra nell’Olimpo. Perché il suo capitano chiude probabilmente un pluriventennale percorso europeo urlando la sua rabbia al carnefice del suo sogno. Oliver gli sventola il rosso, negandogli l’ultima impresa da supereroe. Lui contro CR7, l’ultimo duello. Per anni è stato la sua bestia nera: 10 gol su 12 tiri in porta contro di lui fino a stasera. Ma in questa notte il tabellino dice 0 su 3. Ronaldo diventa il primo giocatore nella storia della Champions a segnare per undici gare consecutive, ma Gigi era già negli spogliatoi. Ci è entrato con tutto il Bernabeu in piedi ad applaudirlo. Una consolazione che non gli sembrerà magra solo quando avrà tolto il mantello.

Nella conferenza prepartita aveva detto che era “abituato dalla vita ad aspettarsi sempre il peggio”, ma forse a un finale così non ci aveva proprio pensato. Sfila accanto a Zidane, in una scena da contrappasso rispetto al mondiale del 2006. Un colpo di testa diverso, per una botta presa al cuore e non inferta. Qualsiasi cosa abbia detto, impossibile non capirlo. La sua partita numero 117 nell’Europa più importante è stata monumentale. Cinque interventi prodigiosi, una leadership iniziata in spogliatoio otto giorni fa e dilagata sul prato del Bernabeu. Chiude senza essere battuto, da eroe tragico in una serata che ha fatto gonfiare il petto di un’Italia esclusa dal Mondiale ma rinata contro gli avversari più duri. Per due giorni consecutivi Roma e Juventus stracciano tutta la prosopopea sulla superiorità degli spagnoli. In questo stadio a settembre la nostra nazionale aveva iniziato a dire addio alla Russia. Un fracaso direbbero loro. Ci sembravano dei mostri e in due giorni Allegri e Di Francesco li hanno trasformati in zombie. L’Italia chiude la settimana con un tennistico 6-1. Sarebbe bello se fossimo in Davis, ma purtroppo nel calcio quel misero punto vale un 1-1. La Roma avanza, la Juve piange. Senza bagnarsi le guance, perché a testa alta le lacrime non scendono.

Nessuno era mai riuscito a rimontare tre reti dopo una sconfitta in casa in Champions. Nessuno aveva mai vinto al Bernabeu con tre gol di scarto in Europa. La statistica resterà quella, ma il nostro calcio oggi è ricominciato. Lo ha fatto dimostrando un coraggio che ha rimosso le timide titubanze degli ultimi anni. Lo ha fatto grazie a un manipolo di eroi abituati a rimontare anche nella vita. Gente come Mario Mandzukic, uno che il “miedo escenico” del Bernabeu lo affronta a petto in fuori. Ma questa quasi impresa da leggenda ha anche altri volti. Quello di un Chiellini che si mangia gli avversari che lo avevano irriso. O quello di un Douglas Costa in versione trottolino furioso, pochi fronzoli, tanta qualità. E come dimenticare Blaise Matuidi, autore del gol della grande illusione e di una gara da lacrime. Restano quelle sì, soprattutto pensando che otto giorni questi quasi eroi non erano in campo. Forse con Matuidi, Mandzukic e Pjanic, oggi staremo scrivendo di un’Italia che ha fatto sparire la Spagna. Lo scriviamo lo stesso. Perché il campo ha detto questo. Perché in 180 minuti abbiamo rialzato una testa che avevamo messo nella sabbia. Condannati nel recupero. Fa male, ma passerà. In piedi, Italia. Roma e Juve ci hanno ridato l’orgoglio. Non buttiamolo via.

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