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Data: 15/02/2017 -

Da Oddo a Ranieri, da Cosmi ad Apolloni: le imprese, la discesa. Il calcio, una giostra che non lascia scampo

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Una maledetta magia. Bella, sublime, indescrivibile a parole, il più delle volte. Ma pur sempre maledetta. Capace di frantumarsi in un istante, di non lasciarti scampo. Uno schiocco di dita, il tempo di un sorriso, di una lacrima. Nel momento stesso in cui senti che qualcosa sta inesorabilmente cambiando, è già troppo tardi. Una giostra infernale, pronta a sospingerti su, cambiando poi le carte in tavola come in un triste incantesimo. Che indecifrabile creatura, il calcio. Poesia, ossimoro. Ruggito, sospiro. Sensazioni che si alternano, emozioni che combattono. Mistero e bellezza.

Prendete Serse Cosmi. Aveva preso in mano il timone del Trapani da Boscaglia, uno che in sei anni di grandi ricordi da quelle parti ne aveva lasciati. Tutto era iniziato l'11 marzo del 2015, fra incognite e un futuro tutto da scrivere. Una squadra con valori importanti, con un tifo caldo e appassionato. I primi mesi d'assestamento. Poi, qualcosa è scattato: un profumo magico. La stagione 2015-16 è stata una cavalcata indimenticabile. Una città intera lì, a bordo campo. La Serie A, i grandi campioni, le luci del grandissimo calcio. Possibile. Pian piano, il miraggio all'orizzonte iniziava a prendere forma concreta. Quarantadue giornate di pura passione, il terzo posto dietro Cagliari e Crotone e i playoff. Il sogno ancora lì, a portata di mano. A maggior ragione dopo la vittoria in semifinale contro lo Spezia. La finale. Un ultimo passo prima di un'impresa storica. In città tutti avevano trattenuto il respiro. Poi, Pescara di Massimo Oddo. L'ultimo ostacolo. Fatale. All'Adriatico i biancazzurri vincono 2-0. Nella finale di ritorno, finisce 1-1. D'un tratto, il sogno sfuma. E la fame negli occhi di Cosmi si è trasformata in lacrime. Era evidente che in quell'istante qualcosa si era rotto. Difficile ricostruire tutto, ripartire dimenticando quella notte d'inizio giugno. Troppo complicato ricreare la stessa, maledetta magia. Quella tra Cosmi e il Trapani è volata via lì. Questa stagione si è aperta fra mille difficoltà, rimpianti. Tempo qualche mese e, con la squadra ultima in classifica in Serie B, Cosmi e il Trapani si sono separati. Tutto cambiato in cinque mesi. Un lungo applauso, un sogno resistito per un anno in cui tutto sembrava possibile.

Avevamo lasciato Massimo Oddo lì, accanto a Cosmi, in quella stessa notte di giugno. Mentre i suoi ragazzi impazzivano di gioia, lui aveva vissuto quei momenti con rispetto. Un abbraccio, prima di sospirare e godersi la prima, vera impresa da allenatore. L'Italia lo aveva guardato (giustamente) con ammirazione. Si era conquistato la Serie A con un calcio "pensante", come ama definirlo lui. Bello, propositivo, offensivo, ragionato. Piacevole. Ed eccolo lì, Oddo, riportare il Pescara fra i grandissimi dopo tre anni. L'ultimo a riuscirci? Zeman. Una tradizione rinnovata, per palati fini, per chi non si accontenta di vincere e basta. Ma in quella stessa notte, come per Cosmi, anche per Massimo qualcosa è cambiato. Un salto grande, dalla B alla A. Ma le prime partite confermano che sì, Oddo di calcio se ne intende davvero. Il suo Pescara ferma il Napoli (2-2) proponendo un gioco che cattura l'occhio, che stuzzica gli esteti. I risultati, però, non arrivano: i biancazzurri perdono contro l'Inter, e la vittoria non arriverà più. Fino a ieri, quando dopo ore di riflessioni e dialoghi, la storia d'amore fra Oddo e il Pescara si interrompe. Proprio il giorno di San Valentino. Coincidenze. Amare, schiave di un dio strafottente chiamato risultato.

Risalendo verso nord, Parma. In tanti hanno maltrattato una società che negli anni '90 ha contribuito a scrivere pagine indimenticabili del calcio italiano (ed europeo). Mesi da film horror, il fallimento, la Serie D. Lo spettro di una rinascita nebulosa, tutta da scoprire, fra mille dubbi e incertezze. Poi, l'arrivo di Nevio Scala come Presidente e la rinascita. Che porta anche il nome di Luigi Apolloni, capace di prendere in mano una squadra messa in piedi con intelligenza, razionalità e competenza, e di riportarla subito fra i professionisti. Una città in festa come non si vedeva da tanto, dopo troppo dolore accumulato. Nel Girone A di Lega Pro i gialloblu sono fra i favoriti, ma non sempre viaggiano a pieno regime. 22 novembre 2016, Parma-Padova 1-4. Fine della favola. Apolloni esonerato.

Può cambiare il campionato, la cultura, il calcio. Ma quella maledetta magia è sempre pronta a colpire, a pervadere tutto. Nel maggio 2016 si è compiuta una delle imprese più belle della storia del calcio. Una squadra che l'anno prima aveva faticato dannatamente per rimanere in Premier League ha saputo battere Manchester United, Manchester City, Chelsea, Arsenal, Tottenham, prendendo il calamaio e riscrivendo tutte le leggi e le gerarchie del football. In panchina, un signore di nome Claudio Ranieri. Andato via dall'Italia, passando per la Grecia e per tante critiche. Lo avevano dato per finito, bollito, ormai pensionato. Ma è pericoloso considerare al capolinea uno che ha ancora dentro di sé la fame per andare avanti. Schmeichel, Simpson, Morgan, Huth, Fuchs. Un muro. Mahrez, il tocco della poesia. Drinkwater, Kanté, Albrighton, corsa, anima. Okazaki, Vardy. Uno che qualche anno prima lavorava in fabbrica e nel tempo libero segnava qualche gol nei campi della periferia inglese, negli angoli bui del calcio, è diventato il simbolo di un sogno (ir)realizzabile. Ora, quella favola meravigliosa sembra svanita nei ricordi: il Leicester di Ranieri è solo un punto sopra la zona retrocessione, viene da cinque sconfitte consecutive in cui ha subito 12 gol e ne ha segnati zero. Il club si è stretto intorno all'allenatore, provando a ricreare quello stesso spirito che l'anno scorso ha permesso di andare oltre l'impossibile. In Champions e in FA Cup sembrano rimasti frammenti di quella meraviglia. Motivazioni. In Premier no. Mormorii, sussurri, ombre. Lo spogliatoio pare spaccato, c'è chi sembra addirittura voglia la testa di Ranieri. Una magia persa, sacrificata. Forse, svanita per sempre.

Perché è una maledetta magia. Bella, sublime, indescrivibile a parole. Ma che non ti lascia scampo.



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