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"Una volontà, una strada". Viaggio nella (nuova) Cina del pallone: a casa del Beijing Guoan

21/04 00:01 | Storie | Autore: Francesco Pietrella

"DOVE C'E' UNA VOLONTA', C'E' UNA STRADA"



Colpisce lo smog. Sembra nebbia, ma non lo è. Un'illusione grigia. Basta un'app per misurarlo: "Air Quality China". Valori di misurazione in primis, se lo smog supera i "500" è meglio non uscire. Colpiscono i motorini elettrici che sbucano alle spalle e neanche li senti. Un semplice ronzio. Caos. Colpiscono le tante biciclette, i tavoli da ping pong, i giornalai che vendono pannocchie. Colpisce la semplicità degli Hutong: "La vera Cina". E la grandezza storica di Piazza Tien'anmen. Quei (pochissimi) campi da calcetto ai piedi dei grattacieli, nella zona di Guomao. Colpisce, Pechino. La Cina. Un paese "particolare" ma intrigante, suggestivo. Caratteristico. Come il modo di vivere il calcio, per una nuova "via del pallone" ancora in costruzione. Perché i cinesi hanno posto le basi, hanno tracciato il percorso e le linee da seguire: "Qualificarsi per il Mondiale in Qatar del 2022 e vincere l'edizione del 2050". Programmazione: "Nei prossimi dieci anni, il territorio cinese dovrà ospitare 50mila scuole calcio contro le 5mila attuali". E ancora: "Avere circa 70mila campi da gioco". Cambiamenti. Svolte di cultura e di visioni. Pardon, di milioni. Perché i vari Carlos Tevez, Hulk e Oscar sono stati (stra)pagati per alimentare un progetto a lungo termine su cui puntano molto. Semplicemente, degli acquisti "necessari". Tradotto: campioni = seguito. Seguito = tifosi. Tifosi = merchandising. E in un paese dove il calcio non è lo sport più seguito o praticato, un Alexandre Pato riempie lo stadio più di un "semplice" Wu Lei (di cui abbiamo parlato qui). Ma la domanda è una: "A che punto siamo?". Alcune squadre hanno fatto passi avanti: parliamo dell'ex Guangzhou di Lippi, che grazie all'Evergrande Football School ha costruito "la scuola calcio più grande del mondo". Efficienza e qualità: 50 campi, una piscina olimpionica, palestre, alloggi e circa 2600 ragazzini tra i 10 e i 17 anni allenati da una sfilza di "maestri mandati dal Real" per insegnare calcio. Mentalità. Merito di grandi gruppi di investimento dietro ai vari club: vedi la Shandong Luneng Group (società elettrica), il gruppo Suning dello Jiangsu, la Greenland Holding dello Shanghai Shenhua (leader del settore real estate) e così via. Questione di proverbi: "dove c'è una volontà, c'è una strada". E i cinesi vogliono puntare sul calcio. Per farlo, investimenti&campioni. Ricetta base del successo. Noi di Gianlucadimarzio.com racconteremo questa realtà attraverso tre tappe sul calcio cinese vissute "in loco" e da vicino: da Pechino a Shanghai, fino a Tianjin. Scavando a fondo su un panorama in crescita ma al tempo stesso diverso. Un altro mondo rispetto ai canoni europei o sudamericani. Qualcosa "che colpisce". Come lo smog.



A CASA DEL BEIJING GUOAN



Negli ultimi tempi ce lo siamo chiesti tutti: "Com'è una partita di calcio in Cina?". Nel senso: "Come la vivono?". Una serie di domande a cui proveremo a rispondere. Primo punto però: toglietevi dalla testa il concetto di "paragone". Impossibile confrontare il calcio cinese con quello nostrano. Parliamo di due culture calcistiche totalmente diverse. Bisogna analizzare gli sviluppi, i cambiamenti, il contesto. Forse l'elemento più importante. Per farlo, abbiamo assistito alla gara tra Beijing Guoan - la prima squadra di Pechino - e l'Henan Jianye (terminata 1-0 per Ylmaz&co). Football capitale.


I CAMPI DA BASKET E I "BAGARINI"




Primo punto: lo stadio. Bella location, il Workers' Stadium si trova a Sanlitun, nel distretto di Chaoyang, il quartiere più alla moda di tutta Pechino; pieno di negozi, locali ed ambasciate. Business center. "Come arrivarci?". Due fermate della metro: Tuanjiehu o Dongsi Shitiao (più vicina). Arriviamo alle curiosità: intorno allo stadio, al posto di campi da calcetto, ci sono diversi campi da basket, segno di come sia lo sport che va per la maggiore (l'ex cestista Yao Ming è su tutti i cartelloni pubblicitari, mentre in città non c'è traccia del Guoan). "Colpisce". E se avete seguito avrete già capito. Comprare un biglietto è molto semplice inoltre, bastano i classici "bagarini" fuori i cancelli. Ti inseguono, ti braccano, ti stanno addosso finché non glielo compri. E lo fai, anche perché i prezzi sono generalmente più bassi rispetto ai nostri. Ah, scordatevi l'inglese, lo parlano in pochissimi. Comunicare a gesti, inoltre, può essere un ostacolo: prendiamo i numeri, i cinesi li "mimano" in modo differente. Il dieci è una croce con le dita, mentre il 9 è un uncino (vedi qui). Dettagli di viaggio. Lo stadio contiene 66mila posti, l'anno scorso la media del Beijing è stata di circa 38mila sostenitori, la terza squadra cinese col numero più alto (vince il Guangzhou con 45mila). Ps: Pechino ha 21 milioni di abitanti, un dato da tenere presente quando si parla di spettatori e numeri.


ITALIAN STYLE



I gruppi ultrà più famosi hanno nomi... italiani! "Curva Nord" o "Lotta fino alla morte". Tradizione tutta cinese. Anche Zaccheroni ha allenato qui, disputando 9 partite nel 2016. Avventura finita presto. Capitolo merchandising: c'è uno store ufficiale, ok; ma fuori lo stadio è pieno di banchetti dove poter comprare maglie e sciarpe a prezzi molto più accessibili (10-15 euro). E tutti indossano il verde delle "Imperial Guards". Sinonimo di appartenenza, di uniformità ai dogmi d'Europa. Entusiasmo percepibile. E il più acclamato di tutti è Burak Yilmaz, ex centravanti del Galatasaray cercato dalla Lazio in più occasioni, in Cina dal 2016. All'inizio tante critiche per i suoi numerosi infortuni, considerati finti per giocare in Nazionale: "Ci hanno fregato!". Poi perdonato grazie ai 15 gol in 20 partite. Contro l'Henan decide un gol di Zhang Cheming, ora il club è a 7 punti. Stabile. Perché il Guoan è una realtà un pochino atipica rispetto ai grandi colossi del calciomercato cinese. Contraddittoria: le quote del club appartengono sia alla CITIC (banca statale) che al Sinobo Group, per una valore di circa 750 milioni. Niente colpi alla Oscar sul mercato, ma la tifoseria c'è ed è presente, anche se vivono il calcio in maniera diversa, più "rilassata" rispetto agli standard che conosciamo. Discorso che vale per gran parte della Cina: negli store ufficiali dell'Adidas, della Nike o nei negozi specializzati è raro trovare una maglia del Guoan o di altre squadre. Ma anche dei club europei più conosciuti. Le vendono in pochi(ssimi).


UNA CULTURA IN COSTRUZIONE



L'interesse c'è, nelle tv della metro passano spesso gli highlights della Super League e non solo: anche Premier, Bundes, quella Serie A un po' retrò con Totti 20enne e Filippo Inzaghi ai tempi del Milan. Fotogrammi di Buffon&co. Ma manca la cultura del pallone. Del banalissimo calcetto, della strada, della birra pre-gara. Riflessione banale, scontata ma tremendamente vera. Contestualizzata: Pechino è caotica, frenetica, viva, con un'estensione territoriale pari alla regione Lazio. Beijing è il simbolo di una Cina che corre veloce e prova a farlo anche nel calcio, fiduciosa e sicura dei propri mezzi. Anche se servirà il tempo di una generazione: "Una volontà, una via". Work in progress. Perché Pechino, come la Cina, è una grande finestra sul mondo, ma riguardo il calcio è ancora socchiusa.



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