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Udinese, Alaba si presenta: "Sono in una società storica. Ho sempre voluto giocare in Serie A"
"L'Udinese è una squadra di tradizione. È una società storica" ha dichiarato David Alaba. Il difensore austriaco, arrivato da svincolato a Udine, si è presentato in conferenza stampa. L'ex Real Madrid ha parlato del ruolo che può ricoprire in campo - "Posso giocare in molti ruoli e sono qui per aiutare la squadra" - e di quello nello spogliatoio: "Sono una persona che è molto felice di assumersi le responsabilità anche nella nazionale austriaca. Personalmente ho sempre cercato di avere questo ruolo anche al Bayern Monaco e al Real Madrid".
Oltre a fare bene con l'Udinese, Alaba vuole tornare a essere una colonna della "sua" Austria: "Sono sempre in contatto con il Ct, abbiamo un ottimo rapporto e credo che questa mia avventura all'Udinese possa aiutarmi a riprendere al meglio. Abbiamo deciso in maniera consensuale di saltare questo turno di convocazioni".
LA SERIE A - Alaba ha svelato il fattore che lo ha convinto a firmare con l'Udinese: "Ho parlato principalmente con l'allenatore, mi ha convinto del progetto che c'è qui e mi sono preso il giusto tempo per prendere questa decisione. Con il tempo mi sono convinto che questo è il percorso corretto per me perché credo che possa essere il percorso giusto per me. Ho sempre voluto giocare in Serie A".
L'austriaco ha svelato di aver parlato anche con altri club italiani in precedenza. Poi, ha rassicurato sulle sue condizioni fisiche: "Mi sento molto bene, sono pronto a giocare. Ho fatto allenamenti con il gruppo e posso dire che sono pronto a giocare".
Scontri Torino-Juventus, la Polizia di Stato esegue un provvedimento cautelare contro 22 ultras
La Polizia di Stato della Questura di Torino ha reso noto di aver eseguito un provvedimento cautelare nei confonti di 22 appartenenti ai gruppi ultras della Juventus e del Torino, indagati a seguito degli episodi di violenza avvenuti prima del derby dello scorso 24 maggio.
A comunicarlo è stata la stessa Polizia, che ha pubblicato sul proprio sito una nota ufficiale. Le Forze dell'Ordine hanno reso noto che, sul posto, la DIGOS aveva tratto in arresto 10 tifosi. Oltre ai 22 ultras arrestati sono stati denunciati altri 20 tifosi bianconeri e granata. Nei confronti di tutti i supporters in questione sono stati emessi provvedimenti DASPO.
IL COMUNICATO - Di seguito il comunicato della Polizia di Stato:
"Nella mattinata odierna, la Polizia di Stato della Questura di Torino, coordinata dalla locale Procura della Repubblica, ha eseguito, con l’ausilio degli omologhi uffici di Milano, Genova, Modena, Treviso, Como, Monza e Cuneo, un provvedimento cautelare (divieto di dimora a Torino e obbligo di presentazione alla P.G.) nei confronti di 22 appartenenti ai gruppi ultras della Juventus e del Torino, indagati a vario titolo per i reati di resistenza aggravata a Pubblico Ufficiale, travisamento, lancio di materiale pericoloso in occasione di manifestazioni sportive e rissa.
I fatti contestati riguardano gli episodi delittuosi avvenuti nelle fasi antecedenti all’inizio del derby “Torino-Juventus”, disputato il 24 maggio u.s. presso lo stadio Olimpico Grande Torino, allorquando le due tifoserie hanno reiteratamente tentato di scontrarsi venendo separati dagli schieramenti della forza pubblica, fatta oggetto del lancio di pietre, bottiglie di vetro e artifizi esplodenti, con il ferimento di 9 operatori della Polizia di Stato.
Nonostante l’interposizione dei contingenti, un gruppo di tifosi rivali è riuscito a venire a contatto, colpendosi reciprocamente con pugni, calci, cinture e aste di bandiera".
"Nell’immediatezza dei fatti, la Digos ha tratto in arresto in flagranza di reato 8 partecipanti agli scontri e ulteriori due in flagranza differita (arresti convalidati dal G.I.P. che ha disposto l’applicazione della misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla P.G.)
Si fa infine presente che, oltre ai 22 soggetti destinatari di misure cautelari, sono stati altresì denunciati, per i medesimi reati, 20 ultras juventini e granata.
Nei confronti di tutti i tifosi deferiti all’A.G. sono stati emessi provvedimenti Daspo.
Tutti i predetti soggetti sono da considerarsi non colpevoli fino a sentenza di condanna divenuta irrevocabile".
FIGC, questione commissariamento: come funziona e il ruolo di Malagò
È sempre più concreta l'ipotesi del commissariamento della FIGC. Nella giornata di oggi, 6 ottobre, la Giunta del CONI si riunirà per discutere dell'eleggibilità di Giovanni Malagò ai vertici della Federcalcio italiana. L'ex numero uno del CONI è stato eletto alla presidenza della FIGC lo scorso 22 giugno (LEGGI LA NEWS).
A distanza di 4 mesi, Malagò potrebbe essere costretto ad abbandonare il ruolo. È emerso infatti che, al momento dell'elezione, il presidente non era un tesserato FIGC. Così, a inizio ottobre, la Giunta del CONI si ritrova per discutere della sua carica. L'ipotesi è quella della destituzione di Malagò da numero uno della Federcalcio e di un commissariamento di quest'ultima. Ma come funziona? Scopriamolo insieme.
COMMISSARIAMENTO - Il commissariamento delle Federazioni Sportive (tra cui la FIGC) è disciplinato dallo Statuto del CONI. Lo stesso viene proposto dalla Giunta nazionale del Comitato al Consiglio Nazionale. Esso accade in caso di gravi irregolarità "accertate nella gestione o di gravi violazioni dell'ordinamento sportivo da parte degli organi direttivi". Nel regolamento si legge che, le gravi violazioni corrispondono a "constatata impossibilità di funzionamento dei medesimi o nel caso in cui non siano stati adottati, da parte delle Federazioni Sportive Nazionali, gli adempimenti regolamentari o il commissariamento ad acta delle articolazioni interne competenti, al fine di garantire il regolare avvio o svolgimento delle competizioni sportive nazionali".
LA FIGURA DI MALAGÒ - Secondo le novità delle ultime ore, Giovanni Malagò non abbandonerebbe la FIGC. Come reso noto da Sky Sport, il presidente del Coni Buonfiglio e Malagò sono in continuo contatto per affidare a quest'ultimo un mandato breve da commissario della Federcalcio (QUI IL PUNTO). Alle ore 13:00 si riunirà la Giunta. Qualora si trovasse l'accordo per il commissariamento, alle 14:00 il Consiglio ratificherà la decisione e subentrerà il tema delle nuove elezioni.
Il nuovo presidente, secondo le norme, verrà eletto in un tempo che va dai 60 ai 90 giorni. Sempre secondo Sky Sport, Malagò sarà tesserato e candidabile entro dicembre, data ultima per eleggere il nuovo numero uno della FIGC. Intanto, nella giornata di ieri, 6 ottobre, la Lega Serie A ha pubblicato un comunicato criticando duramente l'idea di commissionare la Federazione. "La Lega Calcio Serie A ritiene il commissariamento del tutto inopportuno" si legge nella nota (LE PAROLE). La Lega ha difeso la posizione di Malagò: "È stato eletto con largo margine e la stessa Serie A continua a manifestargli completo supporto".
Messi saluta l’Argentina: la strada verso l’eternità
La storia di Leo Messi con l’Argentina sta volgendo al termine e si completa una delle saghe più prodigiose della storia del calcio e dello sport. Gli oltre 17.000 minuti con la maglia della Selección sono abbastanza per guardare tutti gli episodi dei Simpson, tutta Lost più di tre volte o tutti i film di Harry Potter quasi 15 volte.
Nell’amichevole contro il Benin, Messi scenderà in campo per l’ultima volta con l’Argentina. La gara è in programma nella notte italiana tra martedì 6 e mercoledì 7 ottobre, all'1:00, allo stadio Monumental di Buenos Aires. Una partita destinata a entrare nella storia della Nazionale sudamericana, tanto che la squadra di Scaloni indosserà una maglia speciale proprio per celebrare l’addio del capitano.
POR LA ULTIMA DE LEO - L’ultima grande immagine di Messi con la maglia della Selección è quella dei Mondiali 2026. Sembrava potesse essere la passerella conclusiva della sua carriera, l’ultima occasione per farsi vedere da tutto il mondo, invece la Pulce ha trascinato l’Argentina partita dopo partita: 8 gol e 4 assist, incidendo in ogni gara a eccezione della finale.
In quel Mondiale, Messi ha scritto la storia un’altra volta. Grazie alla doppietta contro l'Austria è diventato il miglior marcatore della storia della competizione, prima di essere superato da Mbappé nel corso dello stesso torneo. Il torneo di Messi - giocato a 39 anni - è stato da fenomeno. L’esito, però, non è stato felice: Messi in lacrime, che volta le spalle alla Spagna mentre alza quella Coppa del Mondo che lui aveva conquistato quattro anni prima. Proprio quella finale persa contro Lamine Yamal - il suo quotato successore - può essere la foto perfetta per riassumere il rapporto di Messi con l’Argentina: una relazione non sempre serena, fatta di tante gioie e altrettanti momenti difficili.
MENO DI UN MINUTO - La prima di Messi con l’Argentina è stata un film horror. ll 17 agosto 2005 al Puskás Stadion di Budapest, durante l’amichevole tra Argentina e Ungheria, l’appena 18enne Leo entrò in campo indossando la maglia numero 18. Era il minuto 64 e il ct José Pekerman sostituì Lisandro López permettendo alla giovane stella del Barcellona di esordire con la Selección. Dopo appena 43 secondi, Messi sferrò una gomitata all’avversario Vilmos Vanczák, che aveva provato a trattenerlo strattonandogli la maglia. L’arbitro tedesco, Markus Merk, senza esitare, mostrò il cartellino rosso al giocatore argentino. C’erano tante aspettative su di lui, ma il suo esordio fu da dimenticare. “Non mi convocheranno mai più in nazionale”, ripeteva Messi spaventato. Da quel giorno ha collezionato più di 200 altre presenze con l’Argentina.
Dopo qualche presenza tra qualificazioni ai Mondiali e amichevoli, trovò anche la prima rete con la Selección contro la Croazia nel marzo 2006. Pekerman lo convocò ai Mondiali del 2006 nonostante un infortunio alla coscia che lo aveva tenuto fuori per 17 partite con il Barcellona nella parte finale della stagione. Nel suo primo Mondiale esordì contro Serbia e Montenegro nella seconda giornata del Gruppo C. Messi entrò dalla panchina e realizzò il primo dei suoi 21 gol ai Mondiali, oltre a servire un assist a Crespo. Prese anche parte alla Copa América 2007 in Venezuela, persa 3-0 in finale contro il Brasile, oltre ai Giochi Olimpici di Pechino nel 2008, dove l'Argentina vinse l'oro olimpico. Messi era sempre più protagonista della Nazionale e la sua fama cresceva in Europa grazie al Barcellona. Se con la maglia blaugrana era sempre decisivo, con l'Argentina iniziavano i primi problemi. Maradona, arrivato sulla panchina dell’Albiceleste nel 2008, lo mise al centro del suo progetto, in quello che sarebbe dovuto essere un passaggio di consegne da Diez a Diez. Quello del 2010, però, fu il suo Mondiale più difficile, l’unico dei sei in cui non riuscì a segnare. In Sudafrica l’Argentina uscì ai quarti contro la Germania. L’anno dopo, con Batista come commissario tecnico, Messi terminò anche la Copa América 2011, giocata proprio in Argentina, senza gol e la Selección venne eliminata ai quarti di finale dall’Uruguay.
LE FINALI PERSE - Nonostante i gol e le giocate da femonemo, qualcosa non funzionava a pieno con la Selección. Mancava vincere anche con la maglia albiceleste per mettere a tacere le critiche. L’occasione si presentò ai Mondiali 2014. L’Argentina, guidata da Alejandro Sabella, era a un passo dal conquistare il titolo in Brasile. A Rio de Janeiro arrivò un’altra delusione, con la finale persa contro la Germania ai supplementari. Messi venne premiato come miglior giocatore del torneo ma, per il dispiacere, non andò a ritirare il premio. La finale dei Mondiali 2014 fu solo il primo capitolo della trilogia: nel 2015 e nel 2016, infatti, seguirono altre due sconfitte. Entrambe in Copa América, entrambe contro il Cile ai rigori. Contando anche quella del 2007, ora erano quattro su quattro le finali perse con l’Argentina.
Dopo l’ennesima delusione, decise di dire basta: “È un momento duro per me e per tutta la squadra. È molto difficile per me continuare così. Finisce la mia esperienza con la Selección. Sono quattro finali, ho fatto il possibile ma non è bastato. Provo una grande tristezza che non credo passerà”. Con queste parole Messi annunciò il suo addio alla Nazionale argentina. Poco più di un mese dopo, però, decise di tornare, convinto anche dal nuovo commissario tecnico Edgardo Bauza e dal suo grande amore per la maglia albiceleste.
SUL TETTO DEL MONDO - Dopo i Mondiali del 2018, conclusi agli ottavi contro la Francia, la panchina delle Albiceleste venne affidata a un altro Lionel, Scaloni. Da quel momento è cambiata anche la storia di Messi con l’Argentina. Nella Copa América 2019 iniziò a crearsi quel gruppo che avrebbe permesso finalmente a Messi di esprimersi ai massimi livelli anche in Nazionale. De Paul, Molina, Lautaro, Paredes, Otamendi, Mac Allister, il Dibu Martinez si misero al suo servizio perché lui per primo aveva capito che erano gli uomini adatti per lasciare il segno anche con la Selección.
La Copa América 2021 fu il vero punto di svolta e il momento in cui Messi riuscì finalmente a prendersi l’Argentina. Dopo anni di delusioni, finali perse e critiche, Messi ottenne il primo grande trofeo con la Selección e riportò il titolo continentale che mancava dal 1993. Proprio a Rio de Janeiro, dove era arrivata la sconfitta più pesante della sua carriera, Messi rivoluzionò la sua storia grazie alla vittoria in finale contro il Brasile. Poi arrivò la Finalissima contro l’Italia campione d’Europa, un ulteriore mattoncino che aumentò la consapevolezza dell’Argentina: la strada era quella giusta.
Ma il momento più importante lo ha vissuto in Qatar. Messi trascinò l’Argentina fino alla finale e, contro la Francia, alzò finalmente quella Coppa del Mondo inseguita per tutta la carriera. Nel 2024 l’Argentina vinse anche un'altra Copa América, la seconda consecutiva conquistata con la Selección. Per Messi fu il 45esimo trofeo di squadra, superando Dani Alves e diventando il giocatore con più titoli vinti nella storia del calcio.
ETERNITÀ - Messi, questa notte, lascerà la Nazionale: quella con il Benin sarà la sua presenza numero 208. In tutto ha segnato 125 gol ma proverà ad aggiornare questo dato per l’ultima volta. È il primatista per reti e presenze con la Selección. Con l’Argentina, invece, la strada è stata tortuosa, in salita. Quel paragone con Maradona pesava.
Poi, finalmente, è riuscito a fare quello che ha sempre fatto: abituarci alla sua incredibile straordinarietà. E anche con l’Argentina è riuscito a trionfare. Più volte. Nonostante l’ultima grande immagine del suo percorso sia la finale dei New York, il suo è stato un percorso dominante e vincente. Dopo una storia così, non serviva un lieto fine. Da domani Messi lascerà la Nazionale, ma questo non significa che farà parte del passato. Da quei 43 secondi a oltre 17.000 minuti. Lionel Andrés Messi Cuccittini è eterno.
Nazionali e doppi passaporti: come funziona la regola FIFA dello "switch"
Sempre più spesso, nel calcio moderno, si sente parlare di giocatori corteggiati da due Nazionali in virtù del doppio passaporto. Una situazione che le attuali normative FIFA in materia di nazionalità sportiva disciplinano con un principio molto chiaro: compiere l'intera trafila nelle selezioni giovanili di un Paese non vincola in modo definitivo il calciatore. Fino al momento del debutto in una gara ufficiale con la selezione maggiore, il giocatore mantiene intatto il diritto di cambiare federazione, a condizione che possedesse già la seconda cittadinanza durante le sue partite con le giovanili. Di fatto, le presenze accumulate nel vivaio non garantiscono la "blindatura" legale.
Per assicurarsi il talento e battere la concorrenza di altre nazioni, la Federazione che lo ha formato dovrebbe garantirgli l'esordio in una competizione della Nazionale A. Scendere in campo con la selezione maggiore rappresenta, infatti, lo spartiacque normativo necessario per bloccare il profilo del giocatore e legarlo alla propria Nazionale. Se non si concretizza questo passaggio cruciale, il legame sportivo costruito negli anni del settore giovanile resta temporaneo e del tutto reversibile.
APPROFITTARE - Di conseguenza, la Federazione del secondo Paese ha oggi la piena legittimità regolamentare per approfittare della situazione e convocare il giocatore. Sfruttando la mancanza di presenze vincolanti, può offrirgli direttamente un posto in prima squadra: qualora il calciatore decidesse di accettare, gli basterà presentare alla Commissione FIFA la documentazione per il cosiddetto "switch". Una volta approvato il cambio di associazione, il passaggio diventerà effettivo, azzerando di fatto l'investimento tecnico affrontato dalla prima federazione durante il suo percorso di crescita.
Italia, obiettivo quarti di Nations League: tutte le combinazioni per il passaggio del turno
Dopo le prime quattro giornate della UEFA Nations League 2026/27, la corsa verso i quarti di finale entra nel vivo per l'Italia di Roberto Mancini, attualmente seconda nel Gruppo 1 di Lega A. Gli Azzurri, dopo la vittoria per 3-1 contro la Turchia al Dall'Ara, si trovano subito dietro alla Francia capolista a quota 10 punti e mantengono una lunghezza di vantaggio sul Belgio, fermo a 6, mentre la nazionale di Vincenzo Montella chiude la classifica ancora a zero punti. A novembre, gli ultimi 180 minuti del girone saranno decisivi per delineare la situazione nella fase a eliminazione diretta, con la Nazionale italiana padrona del proprio destino in vista del doppio impegno conclusivo.
LE COMBINAZIONI - Sono diverse le combinazioni possibili in vista degli ultimi due impegni contro Francia e Belgio. Il percorso più "facile" per passare il turno si deciderà a Bruxelles: indipendentemente da come andrà a San Siro contro i francesi, con una vittoria sul Belgio all'ultima giornata gli Azzurri sarebbero certi della qualificazione ai quarti di Nations League.
Arrivare all'ultimo scontro diretto con l'obbligo assoluto di vincere potrebbe complicare la situazione degli Azzurri. Per questo il penultimo turno diventa fondamentale. Per presentarsi in Belgio con due risultati su tre a disposizione (vittoria o pareggio), serve che la Turchia fermi la Nazionale di Van Bommel o che l'Italia batta la Francia. Se i turchi dovessero ottenere almeno un punto, o se gli Azzurri dovessero vincere a Milano, alla Nazionale basterà infatti un pareggio nell'ultima gara per assicurarsi la qualificazione.
IntervistaConsapevolezze - Ruocco: "Il peso delle responsabilità"
Oggi sto bene. Mi sto godendo la mia quotidianità con la mia famiglia e con il calcio. Ma non è sempre stato così. E il motivo era nascosto dentro di me.
Nessuno ci conosce meglio di noi stessi. Ma è anche vero che, forse, non arriviamo mai a conoscerci davvero. O comunque per farlo ci serve del tempo. Perché vedete, spesso pensiamo di sapere tutto di noi, ma in realtà abbiamo toccato e compreso solo la superficie. Io ho iniziato a comprenderlo poco tempo fa, quando piano piano ho provato a darmi la possibilità di guardare e abbracciare le mie fragilità, di guardarmi indietro e fare pace con dei pesi con cui convivevo da troppo tempo. Responsabilità, possibili fallimenti, pensieri, infortuni. Ho deciso di andare in terapia da uno psicologo. Mi è servito. Mi è servito tanto. Per apprezzare i sacrifici che avevo fatto fino a quel momento, per ridare luce a momenti bui, per ritrovare quella serenità che oggi vivo in me, nella mia vita e in campo.
RINCORRENDO UN SOGNO - Sono nato con il pallone. È sempre stato al mio fianco. Ho un ricordo impresso nella mente. Ero bambino e andavo a dormire con mamma: ero circondato da palle. E poi le domeniche con papà, mi portava sempre a un campetto vicino a casa. Ci andavamo a piedi, sempre per la stessa strada. E poi lì, a calciare punizioni su punizioni. Tutto è iniziato tra le vie di Napoli. Fanno parte di me. Anche se non ho solo ricordi belli della città. Sono cresciuto in un quartiere difficile in cui se non riesci a intraprendere la strada giusta sin da piccolo rischi di rovinarti per sempre, come è successo a molti miei compagni che hanno preso una strada sbagliata. Per fortuna, i valori dei miei genitori mi hanno aiutato a fare le scelte giuste. Ma di Napoli ho anche immagini belle. Le partite con i miei cugini e gli amici. E poi Diego. Sono cresciuto guardando i video di Maradona. Li vedevo quando mi svegliavo e quando andavo a dormire. A volte saltavo anche la scuola per studiarli.
A 10 anni la mia vita è cambiata. La mia e quella dei miei genitori. Abbiamo detto addio a Napoli per inseguire un sogno. Il mio sogno. Roberto Clerici mi aveva chiamato per andare al Brescia. Un sacrificio, soprattutto per loro. Avevano lasciato tutto. Casa, città, amici, lavoro. E lo avevano fatto per me. Ed è qualcosa che ha lasciato un segno. Da quel momento ho convissuto con quella responsabilità. Avrei dovuto farcela anche per loro.
RESISTERE - I primi sono stati tranquilli. Dopo cinque stagioni, un messaggio: “Sei troppo piccolo e gracile. Non continuerai nel Brescia”. Buio. "Com’è possibile? Avevo mollato tutto per andare lì. I miei genitori avevano mollato tutto per permettermi di andare lì. E ora cosa faccio?"
Volevo smettere, devo essere sincero. L’ho vissuta malissimo, essermi trasferito e aver fatto trasferire i tuoi genitori per un sogno che vedi svanire. Ho pensato di mollare. Ci sono state tante persone che mi hanno aiutato. Il mio preparatore personale Stefano, il mio procuratore, mia sorella e mia mamma.
Vedete, nella vita ci sono dei momenti in cui non tutto va come vorresti. In cui la testa è confusa, non capisci la sua direzione. Ti senti stretto in un malessere che non spieghi. Ecco, in quei momenti devi resistere. Solo resistere.
Tanti altri al mio posto avrebbero mollato. Lì e anche durante e dopo il primo anno tra i grandi con la Giana Erminio. Tanti infortuni, poca continuità. Tornavo a casa e mi chiedevo cosa avrei fatto per restare in piedi. Soprattutto a fine stagione, quando la società non mi ha confermato e sono rimasto senza squadra. Da solo, senza prospettive. Ancora una volta.
SARDEGNA - Mesi, settimane. Fermo ad aspettare. “E se non mi chiama nessuno, cosa faccio?” Continuavo a pensarci. Fino al 28 agosto, quando si è presentata l’opportunità della Torres. Sono sincero, non conoscevo molto la piazza. Ma ho imparato a farlo. In Sardegna ho posto i primi tasselli della mia rinascita. Sono ripartito dalla Serie D. All’inizio non ho trovato neanche grande spazio. Lavoro, sacrificio, volontà. Il tempo ha fatto il resto. Mi sono innamorato dell’isola. Mi sono innamorato di Alessia, mia moglie. Con lei ho conosciuto il senso dell’amore, in tutte le sue sfumature. Ho compreso cosa significhi amare ed essere amati.
MENTE E CUORE - Quando mi ha chiamato il Mantova la mia vita è stata stravolta. Un déjà vu. Un nuovo trasferimento. Alessia, ha dovuto lasciare la sua isola per restare al mio fianco. Per me, come avevano fatto i miei genitori quando avevo 10 anni. Un gesto enorme da parte sua. Un’altra responsabilità in me.
Il primo anno è stato complicato. Tanto complicato. Il trasferirsi, quel senso di responsabilità nei confronti di mia moglie e mia madre. In campo continuavo a infortunarmi. Nella mia testa tutto si accumulava. Pensieri, paure, dubbi. Ed ero solo un ragazzo. Nessuno ti insegna a gestire tutto questo. E io non capivo come poterlo fare.
Ho scelto di chiedere aiuto e affidarmi a uno psicologo, mi ha aiutato tantissimo. Gli sarò grato per sempre. Mi ha permesso di essere me stesso, senza vergogna. Di parlare di me, del mio passato, di ciò che mi faceva stare male. Con lui sono riuscito a far emergere ricordi che avevo quasi dimenticato. Mi ha permesso di far pace con quel peso che mi addossavo da quando avevo dieci anni. E fondamentale è stata la presenza e il supporto di Alessia e del bambino. Un percorso lungo che mi ha permesso di essere il Francesco di oggi. E anche in campo la differenza si è vista. Mi sono costruito la mia personale serenità.
Oggi Francesco è un ragazzo che si gode la sua vita. Sto vivendo un grande momento con il Mantova. Qui sto bene. Il club e la città mi hanno aspettato e aiutato in un momento difficile. Ho segnato alla Lazio, il punto più alto della mia carriera. Sono più consapevole delle mie qualità. So che la strada è ancora lunga. Non ho ancora fatto nulla. E chissà, un giorno magari potrò tornare a Napoli per indossare la maglia azzurra. Ne è passato di tempo da quel giorno. Il giorno in cui me ne sono andato. Quel bambino è diventato un uomo. Ha continuato a camminare, nonostante tutto. E ora può dirlo, è orgoglioso del suo viaggio.
A cura di Nicolò Franceschin e Alessandro Neve
Italia, Mancini: "Rispetto al primo ciclo da CT mi è mancato Vialli"
"I ragazzi stanno creando un bel gruppo. Rispetto al primo ciclo da CT mi è mancato Luca Vialli". Roberto Mancini non nasconde l'emozione, e dopo la vittoria della sua Italia contro la Turchia ricorda così in conferenza stampa Gianluca Vialli, pilastro dello staff della Nazionale durante la sua prima esperienza da commissario tecnico. Con il successo del Dall'Ara, gli azzurri sono certi di essere testa di serie alle qualificazioni per Euro 2028, oltre ad aver scavalcato il Belgio al secondo posto.
Nel post partita il CT è intervrnuto anche a Rai 1 di alcune difficoltà "già previste", spiegando anche il motivo dei cambi di Ruggeri e Scamacca, oltre a un commento sulla prestazione di Alessandro Romano, autore dell'assist a Pio Esposito: "Due giocatori erano ammoniti e l'arbitro mi sembrava intenzionato ad ammonirli di nuovo, per quello li ho tolti. Romano può giocare anche mezzala, l'importante è che giochi queste partite per migliorare".
In conferenza stampa, inoltre, Mancini ha parlato così di queste prime gare della sua Nazionale: "Siamo felici per come siamo migliorati a livello di squadra, a prescindere dai risultati. Il fatto di potercela giocare per la qualificazione è già un bel traguardo".
LE PAROLE DI SCAMACCA - Oltre al CT, anche Gianluca Scamacca - che ha segnato il primo dei tre gol azzurri - ha parlato a Rai 1, soffermandosi anche sul suo minutaggio: "Sono felicissimo, più che per il gol sono felice per il risultato. Era importantissimo vincere. Sapevamo che non era facile perché la Turchia è una squadra tosta che gioca molto aggressiva. La concorrenza? Io penso sempre a farmi trovare pronto e dare il massimo per aiutare la squadra e la Nazionale".
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